Gazzetta di Modena

La storia

Picchiata per anni e costretta a sposarsi contro la sua volontà: genitori condannati nella Bassa. La storia di una 22enne come quella di Saman, ma lei è salva

Picchiata per anni e costretta a sposarsi contro la sua volontà: genitori condannati nella Bassa. La storia di una 22enne come quella di Saman, ma lei è salva

Reggio Emilia: grazie al coraggio della ragazza e all’attivazione del Codice rosso, padre e madre sono stati prima allontanati e ora condannati per maltrattamenti e induzione al matrimonio

4 MINUTI DI LETTURA





Reggio Emilia Una relazione sentimentale non approvata dalla famiglia, le botte, le minacce, i viaggi forzati in Pakistan e il tentativo di imporle matrimoni forzati. Dopo anni di soprusi, una giovane di 22 anni di origine pakistana, ha trovato il coraggio di denunciare. Ieri il Tribunale di Reggio Emilia ha condannato i suoi genitori per maltrattamenti e induzione al matrimonio forzato.

La condanna

E’ una vicenda che riporta alla memoria la tragica sorte di Saman Abbas, ma che questa volta ha per fortuna c’è un epilogo diverso, grazie al coraggio della giovane che si è ribellata e alla attivazione del "Codice Rosso" da parte della Procura di Reggio Emilia. I genitori della ragazza sono stati, infatti, condannati in primo grado a due anni e 15 giorni di reclusione per anni di maltrattamenti e tentata induzione al matrimonio forzato. La sentenza, emessa il 3 giugno 2026, conclude una complessa attività di indagine condotta dai Carabinieri di Boretto con il supporto dei loro colleghi del Norm della compagnia di Guastalla sotto il costante coordinamento della Procura di Reggio Emilia, diretta dal Procuratore Calogero Gaetano Paci. I protagonisti, un uomo di 54 anni e una donna di 51, entrambi pakistani oggi residenti in un’altra provincia ma all’epoca dei fatti nella Bassa reggiana, sono stati ritenuti responsabili di condotte vessatorie iniziate nel 2017 e protrattesi fino al maggio 2023.

Le vessazioni
Per loro, la figlia era “colpevole” di aver intrapreso una relazione sentimentale non approvata. Per questo, era stata privata del cellulare, isolata all’interno della famiglia e costretta a recarsi più volte in Pakistan contro la sua volontà. Veniva minacciata di non farla ritornare se non avesse accettato il fidanzamento con un cugino, residente in Pakistan, con il quale è stata anche costretta a sposarsi a distanza nel 2018 e obbligata a recarsi in Pakistan, contro la sua volontà, per convivere con il marito. Dopo avere scoperto la relazione la sopponevano ad un regime di violenze e segregazioni sistematiche.

Le indagini
Le indagini raccontano di gravi episodi di botte, schiaffi al volto con il padre che la faceva inginocchiare e la colpiva con pugni alla schiena facendole sbattere il viso contro il pavimento; la madre che la chiudeva a chiave in cantina costringendola a trascorrervi la notte. Nel dicembre 2022, scoperta la gravidanza la giovane era stata colpita con pugni all'addome e in precedenza anche alla schiena, costretta poi ad abortire sotto minaccia di farle praticare l’aborto in Pakistan e di non essere più accolta in casa nell’ipotesi di prosecuzione della gravidanza. Oltre alle violenze fisiche, i genitori avrebbero tentato ripetutamente di imporle matrimoni combinati con uomini scelti da loro, sottraendole il cellulare per isolarla dai contatti esterni. Tra gennaio e febbraio 2023, dopo averle prospettato la possibilità di tornare a casa solo se avesse accettato di sposarsi, la avrebbero indotta a scegliere un ragazzo tra quelli che le venivano proposti e facevano a quest’ultimo una concreta proposta di matrimonio ma non riuscivano nell’intento per il rifiuto del ragazzo.

Nel mese di aprile 2023 le comunicavano che avrebbe dovuto sposare un altro ragazzo connazionale organizzando un incontro tra lo stesso e la figlia contro la volontà di quest’ultima. Nonostante le enormi difficoltà iniziali e la profonda paura di ritorsioni, la vittima è riuscita a fare le prime confidenze ai Carabinieri di Boretto, per poi aprirsi al magistrato titolare dell’inchiesta e al Procuratore Capo Paci che, nel corso delle indagini, l’hanno sentita. Un coraggio, quello ritrovato dalla ragazza, che ha protetto la sua stessa libertà di azione. Dopo le sue dichiarazioni è giunto il provvedimento di divieto di avvicinamento, in cui il giudice aveva sottolineato come le condotte dei genitori fossero espressione di una visione "maschilista e dispotica", totalmente incompatibile con i diritti fondamentali garantiti dall'ordinamento italiano. La condanna inflitta ieri dal Tribunale di Reggio Emilia ai genitori, oggi residenti in un'altra provincia, segna per la giovane vittima la possibilità di lasciarsi alle spalle anni di soprusi familiari e di guardare al futuro con maggiore serenità.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google