Gazzetta di Modena

Il processo

Saman Abbas, la Cassazione mette la parola fine: il significato della sentenza

Elisa Pederzoli
Saman Abbas, la Cassazione mette la parola fine: il significato della sentenza

Condanna confermata all’ergastolo per genitori e cugini, 22 anni allo zio. La 18enne aveva detto a un matrimonio forzato

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Roma  La Giustizia scrive la parola fine sul femminicidio di Saman Abbas. Alle 9.43 di ieri la Corte di Cassazione ha sciolto le riserve e ha rigettato i ricorsi di tutti e cinque gli imputati. Dunque, confermando anche in terzo grado la sentenza d’Appello. A uccidere la 18enne di origine pakistana nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio di cinque anni fa sono stati il padre Shabbar Abbas, la madre Nazia Shaheen, i cugini Ikram Ijaz e Noman Ul Aq e lo zio Danish Hasnain. Per i primi quatto la condanna resta quella all’ergastolo come sentenziato dal processo di Bologna e restano i 22 anni per lo zio, “premiato” per aver fatto trovare il cadavere sepolto nella campagne di Novellara. La Cassazione ha inoltre condannato gli imputati al pagamento delle spese di rappresentanza e difesa delle parti civili. Tra queste figurano l'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia (Ucoii) e il Comune di Novellara, per i quali è stato disposto un rimborso di 6.000 euro ciascuno. Confermato anche il risarcimento in favore delle altre parti civili: il fratello Alì Haider, le associazioni Differenza Donna, Trama di Terre, l’Unione Donne in Italia (Udi) e Non Da Sola. Se il 17 giugno scorso - giorno della discussione davanti alla prima sezione penale presieduta dalla giudice Monica Boni - c’era stato il tempo per sorprendersi di una riserva con rinvio di quasi un mese «per la complessità del caso» - decisione giudicata dagli addetti al lavori quanto meno inconsueta - ieri mattina sono bastati meno di due minuti per chiudere il caso. Quello di una ragazza che aveva detto no a un matrimonio forzato, denunciato i genitori e che, dopo il trasferimento in comunità, aveva iniziato a costruirsi la vita che voleva, accanto al giovane di cui si era innamorata, una relazione che la famiglia non approvava. Scelte che avevano creato una profonda spaccatura con il nucleo familiare. L’epilogo arrivò quando la 18enne decise di tornare a casa, alla fine di aprile 2021: quando manifestò l'intenzione di andarsene di nuovo, venne uccisa. Le sentenze di primo e secondo grado hanno descritto in modi molto diversi l’accaduto.
 



Il primo verdetto si era concluso con l’ergastolo per i genitori, 14 anni allo zio e l’assoluzione dei cugini. La testimonianza del fratello allora minorenne Alì Haider, che accusava tutti, non era stata ritenuta attendibile. Valutazione opposta aveva fatto l’appello dove il giovane invece era stato ascoltato, creduto e si era rivelato decisivo per confermare gli ergastoli ai genitori, alzare a 22 anni la pena delle zio e condannare stavolta anche i cugini e all’ergastolo. Ieri dalla Cassazione, nessuna possibilità di rivalutazione del secondo verdetto è arrivata, nemmeno sulle aggravanti della premeditazione e dei motivi abietti, sulle quali le difese puntavano per scardinare il verdetto.
 



Con il rigetto dei ricorsi resta valida la sentenza d’Appello che fotografa, per sempre, il delitto di Novellara come un femminicidio premeditato, messo in atto dall’intero clan famigliare della giovane - poco importa chi ha fatto cosa, tutti sono ugualmente responsabili - e soprattutto mette una pietra tombale sulla cosiddetta questione dei motivi abietti. Il verdetto chiude ogni spazio al relativismo culturale. E del resto questo aveva chiesto nella sua requisitoria il procuratore generale Marco Dall’Olio, nell’udienza del 17 giugno. Caricando del significato che ha la valutazione della Cassazione proprio su questo punto. «Ci sono diritti inviolabili della persona, a partire da quelli riconosciuti dalla Costituzione, che nel nostro ordinamento rappresentano uno sbarramento invalicabile. Il richiamo a fattori culturali non può screditare, attenuare o ridurre le responsabilità». Un aspetto che anche l’avvocato Liborio Cataliotti - che a processo rappresentava la difesa dello zio Danish Hasnain - ha riconosciuto. «Il movente culturale non può comportare sconti di pena o disapplicazioni di aggravanti che riguardano e sono fondate sulla nostra cultura. Questa è l’essenza storica di questo processo - ha detto a margine della lettura della sentenza ieri a Roma -. In primo grado la ottenni, a torto o a ragione, e alla luce di questa sentenza mi viene da dire a torto». Evidenziando anche un altro punto: «Lo zio pur essendo ritenuto l’autore materiale del crimine, è l’unico che non subisce una condanna all’ergastolo. Allora vuol dire che l’altro principio che viene consacrato dalla Cassazione è che la collaborazione, anche se non piena nel nostro caso, paga».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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