Francesco Guccini e la sua chitarra Wandrè: l’incontro mai avvenuto con il liutaio di Cavriago
Il cantautore non conobbe mai Antonio Vandrè Pioli, ma agli esordi suonò una Rock Oval costruita dal visionario liutaio cavriaghese. Solo molti anni dopo scoprì la storia dell’uomo che aveva creato la sua prima e unica chitarra elettrica
Cavriago Ci sono incontri che avvengono senza che le persone si vedano mai. Incontri affidati a un oggetto, a un’opera, a qualcosa che passa dalle mani di un uomo a quelle di un altro e continua, silenziosamente, a raccontare la storia di chi l’ha creato. Fu così, in fondo, quello tra Francesco Guccini e Antonio Vandrè Pioli, conosciuto come Wandrè. I due non si incontrarono mai e rimasero per tutta la vita sconosciuti l’uno all’altro. Eppure, molti anni prima che Guccini sapesse anche solo chi fosse Wandrè, una chitarra costruita dal visionario liutaio di Cavriago era già entrata nella sua vita.
Era una Rock Oval, ricevuta in regalo agli albori della sua esperienza musicale e utilizzata da Guccini quando suonava nel suo primo complesso “I Gatti”, insieme a Franco Fini Storchi e Victor Soliani. Fu la sua prima, e come avrebbe ricordato molti anni dopo, unica chitarra elettrica. Una chitarra che non poteva passare inosservata: rosso scuro, paillettes che scintillavano sotto le luci delle balere, forme inconsuete, manico in alluminio, celluloidi colorate. Uno strumento lontanissimo dall’immagine tradizionale della chitarra. Guccini ne rimase in qualche modo stregato, anche se suonarla, avrebbe raccontato con la sua consueta ironia, era quasi una prova di resistenza fisica. Wandrè e Guccini, dunque, non furono amici e neppure conoscenti, nel significato comune del termine. La loro fu piuttosto una conoscenza immateriale, avvenuta a distanza di molti anni attraverso l’arte.
Guccini conobbe prima l’opera e solo molto tempo dopo il suo autore. Quando gli venne chiesto di scrivere la prefazione al volume “Wandrè – L’artista della chitarra elettrica”, pubblicato nel 2014 da Marco Ballestri, scoprì finalmente chi fosse l’uomo che aveva progettato e costruito quella sua strana chitarra. «Ed è proprio nel testo scritto per il libro che il vecchio strumento riemerge dalla memoria con una forza sorprendente. “Wandrè! chi era costui?”, esordisce Guccini, raccontando di avere ignorato fino a quel momento praticamente tutto del suo costruttore. Ma della chitarra si ricordava benissimo: l’aveva suonata “fino a distruggermi le dita”, affascinato e insieme intimorito da quell’oggetto così diverso da qualsiasi altro. La descrive come una sorta di creatura dotata di una propria personalità, quasi un oggetto ribelle. La sua forma gli era parsa futuribile, perfino inquietante; eppure, quando ebbe la possibilità di sostituirla con una Gibson Les Paul nera, non lo fece. Perché? È la domanda che Guccini stesso si pone a distanza di decenni. Forse perché aveva sempre amato perdutamente le proprie chitarre. Forse perché gli anni Sessanta stavano arrivando e nessuno se ne era ancora accorto. O forse perché in quelle forme, in quei colori e in quei simboli c’era davvero qualcosa capace di parlare direttamente all’immaginazione», racconta Marco Ballestri.
È proprio qui che l’incontro virtuale tra Guccini e Wandrè diventa più profondo. Conoscendo finalmente la storia dell’uomo che aveva costruito la sua Rock Oval, Guccini comincia a vedere dentro quello strumento qualcosa che da ragazzo non avrebbe potuto conoscere: le radici di Wandrè, la Resistenza, le sofferenze, i sogni della giovinezza, gli amori e la fiducia in un futuro più libero e più giusto. Quella chitarra che un tempo gli era sembrata soltanto strana, difficile e affascinante assume così un significato nuovo. Diventa una specie di messaggio arrivato con decenni di anticipo. «Adesso che in quell’oggetto distinguo i giorni vissuti del loro artefice», scrive Guccini, arrivando a confessare che avrebbe volentieri accarezzato ancora una volta quella chitarra, anche a costo di rompersi nuovamente le dita sulle sue corde.
A ricordare questa storia è anche Gianfranco Borghi, classe 1940, di Cavriago, che per molti anni seguì come dipendente le vicende dell’azienda fondata da Wandrè, nell’edificio che ancora oggi testimonia una stagione creativa destinata a diventare conosciuta ben oltre i confini reggiani. «Wandrè è stato un unicum – ricorda Borghi – senza precedenti nella nostra piccola comunità, fino al 1968, quando terminò l’attività di produzione delle chitarre elettriche. La mia speranza è che Cavriago sappia riconoscere fino in fondo il valore di questa esperienza, dedicandogli uno spazio e un museo». Guccini e Wandrè, due uomini nati e cresciuti dentro la cultura emiliana, che non si incontrarono mai: tra loro “soltanto” una chitarra. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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