Gazzetta di Modena

Lo chef

Bruno Barbieri si racconta a Modena: «Il panino col cotechino? Lo adoro e vorrei portarlo in America: impazzirebbero»

di Ginevramaria Bianchi

	Bruno Barbieri a Modena
Bruno Barbieri a Modena

Lo chef bolognese ha presentato la sua autobiografia “Controluce. Ombre e segreti di una vita” alla Libreria Coop di Piazza Grande, raccontando il suo legame con Modena: «Papà aveva origini di Carpi, amo mangiare dal mio amico Bottura ma anche nelle trattorie rozze»

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MODENA. In America può uscire in ciabatte e «nessuno si gira a guardarlo». In Emilia, invece, «gli basta mettere il naso fuori casa perché il giorno dopo quella passeggiata possa finire sui giornali». Bruno Barbieri racconta quasi scherzando una delle piccole libertà che si è concesso negli ultimi anni: andare al supermercato con le pantofole. E, al di là del simpatico aneddoto, ci tiene a sottolineare la parola «libertà» più volte nel corso dell’intervista, perché è da lì che parte la stesura di “Controluce. Ombre e segreti di una vita”, il nuovo libro pubblicato da Cairo e presentato ieri alla Libreria Coop di Piazza Grande a Modena. Non dallo chef delle sette stelle Michelin, non dal giudice di MasterChef, non dalla televisione. Ma dall’uomo che ora sente il bisogno di raccontare quello che il successo non ha mostrato. «A sessant’anni si possono anche dire certe cose», chiosa. E allora ha deciso addirittura di metterle per iscritto.

Barbieri, perché proprio adesso?

«Perché oggi sento di poter raccontare alcune cose con una consapevolezza diversa».

Nel libro il primo scoglio di cui parla è quello del rapporto con suo padre.

«È stata una storia importante e difficile. Mio padre era un uomo della campagna, e aveva una mentalità molto legata al suo tempo. Ricordo che non voleva farmi fare l’alberghiero perché “era una scuola da femminucce”, a detta sua. Voleva facessi l’ingegnere. Ci siamo conosciuti davvero tardi, e anche per questo l’ho chiamato “papà” soltanto a 55 anni. Però, prima che morisse, sono riuscito a dirgli che gli volevo bene. E questo per me è stato importante».

La cucina l’ha aiutata a vivere quei momenti in modo più leggero?

«Sì, perché ho trovato nel lavoro di cuoco una possibilità di fuggire, di costruirmi la mia strada».

Si può dire che lei sia un osso duro?

«Non viene mai regalato nulla nella vita, soprattutto in questo settore. In pochi sanno cosa significa stare diciassette ore in cucina al giorno. O che cosa c’è dietro un albergo, dietro un ristorante importante, dietro un piatto».

In tutto questo come è arrivata la televisione?

«Ho iniziato facendo programmi di nicchia. Poi mi chiamarono per un programma che sembrava importante. Feci i casting, sembrava tutto pronto e poi, un sabato, mi dissero che il programma non si sarebbe più fatto. Anche se fu una bella batosta, qualche tempo dopo mi richiamarono. Mi sembrava un semplice incontro con dei produttori ma, senza dirmelo, mi stavano facendo un provino per quello che sarebbe stato poi MasterChef. Ricordo che portavano dei piatti osceni e osservavano le mie reazioni dopo averli mangiati. Alla fine mi presero come giudice».

Viene in un qualche modo pilotato quello che dice durante il programma?

«Alcune frasi sono quelle che vanno dette in tutte le edizioni. Ma il resto è mio. “Mappazzone”, per esempio, è una parola del mio vocabolario che ho fatto diventare famosa. Adesso è arrivata anche in politica: la usa Renzi!».

Come si reagisce a tutto questo successo?

«Con la solitudine. Quando ho iniziato, dietro di me avevo tanti squali del settore. Col tempo ho imparato a selezionare molto le persone con cui condivido la mia vita».

Per questo passa parte dell’anno negli Stati Uniti?

«Sì. Lì posso uscire in ciabatte e nessuno mi conosce. Qui il giorno dopo finisco sui giornali».

E Modena, invece, che posto occupa nella sua storia?

«Io sono anche un po’ modenese, perché mio padre ha origini di Carpi. Qui ho tanti amici, come il mio stilista Gabriele Pasini, oppure il collega Massimo Bottura, da cui adoro andare a mangiare. Anche se a me piacciono tanto pure le trattorie rozze. E poi c’è un locale che adoro qui a Modena dove fanno i panini col cotechino dentro (Schiavoni, ndr). Vorrei portare questa ricetta in America: impazzirebbero».

E ai ragazzi che vogliono diventare chef, che cosa vuole dire?

«Di non pensare che sia tutto facile. Vorrei soltanto che leggendo questo libro qualcuno capisse che si può cadere e ci si può rialzare. Io l’ho sempre fatto».

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