Gazzetta di Modena

Le guerre non finiscono quando crediamo. La Bosnia e quella difesa europea che esiste già

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(Adnkronos) - L'idea che l'Europa possa risparmiare sulla propria difesa chiedendo all'Ucraina di deporre le armi e accettare le condizioni di Mosca contiene un errore di contabilità, prima ancora che di valutazione politica o morale. Un'Ucraina disarmata, governata da un regime subordinato alla Russia, porterebbe l'influenza militare e strategica di Mosca fino alle frontiere della Polonia, della Slovacchia e della Romania. La fine dei combattimenti aprirebbe una stagione di instabilità, costringendo i Paesi europei a investire per decenni in deterrenza, difesa aerea, infrastrutture militari, intelligence e protezione dei confini. Nessuno può sapere se da una vittoria russa deriverebbe un'altra invasione, sebbene siano molti gli esperti e i servizi di intelligence che prevedono nei prossimi anni un gesto ostile del Cremlino per testare la tenuta dell’articolo 5 Nato. È lo scenario ipotizzato, tra gli altri, da Carlo Masala, professore all'Università della Bundeswehr di Monaco, in questa intervista all’Adnkronos durante la Lennart Meri Conference. Il Kiel Institute for the World Economy aveva già calcolato nel 2024 che, in uno scenario di interruzione degli aiuti occidentali e conseguente avanzata russa, i costi economici per la Germania nei cinque anni successivi sarebbero stati da dieci a venti volte superiori a quelli del mantenimento del sostegno militare a Kiev. Una stima condizionata alle ipotesi dello studio, ma utile a contestare l'equazione tra resa e risparmio. Del resto, sappiamo già quanto possa essere lungo e costoso il periodo che segue la fine di una guerra. Basta guardare alla Bosnia. Quattro italiani hanno perso la vita nell’incidente di un elicottero CH-47 Chinook, impegnato nella missione europea Eufor Althea nella regione bosniaca di Brčko. Altri undici sono rimasti feriti. Sono passati trentun anni dagli accordi di Dayton, negoziati nel novembre 1995 nella base aerea americana di Wright-Patterson, in Ohio, dai presidenti Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović, sotto la regia diplomatica statunitense di Richard Holbrooke. Firmati formalmente a Parigi il 14 dicembre, posero fine a una guerra che aveva provocato circa centomila morti e milioni di profughi e sfollati. Dayton fu un successo diplomatico indiscutibile. Ma il compromesso che rese possibile la pace cristallizzò le divisioni etniche all'interno delle istituzioni. La Bosnia fu organizzata in due entità, la Federazione di Bosnia-Erzegovina e la Republika Srpska, con una presidenza tripartita e un complesso sistema di rappresentanza e di veto. L'assetto costituzionale costruito per impedire una nuova guerra ha spesso impedito anche il normale funzionamento dello Stato. Le tensioni separatiste, le contestazioni delle istituzioni centrali e la fragilità politica continuano a rendere necessaria una presenza militare internazionale. Dal 2 dicembre 2004 è l'Unione europea a guidare la missione di stabilizzazione in Bosnia, subentrando alla Nato. L'operazione Eufor Althea, autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, conta oggi circa 1.200 militari. Il suo compito è garantire un ambiente sicuro, vigilare sull'attuazione degli aspetti militari degli accordi di Dayton, sostenere e addestrare le forze armate bosniache. Non si tratta soltanto di osservare. Althea dispone di un mandato esecutivo e di capacità di intervento in caso di deterioramento della sicurezza. I militari svolgono esercitazioni, pattugliamenti, attività di sorveglianza e mantengono rapporti continui con le autorità e le comunità locali. L'Italia ha una responsabilità di primo piano. Dal 21 gennaio 2026 il comandante della missione è il generale di divisione Maurizio Fronda. Il nostro Paese aveva già guidato Althea nel 2005-2006 e nel 2008-2009. Per il 2026 il Parlamento ha autorizzato un contingente nazionale massimo di 320 militari, con mezzi terrestri e assetti aerei. Il contributo italiano comprende personale dell'Esercito impegnato nella sorveglianza e nella raccolta di informazioni, unità di fanteria e assetti dell'Aviazione dell'Esercito. L'operazione mostra anche come funziona concretamente la cooperazione militare europea: la direzione politica appartiene all'Unione, le truppe sono fornite dagli Stati e parte delle capacità di pianificazione e comando è assicurata attraverso gli accordi Berlin Plus con la Nato. Quando si dice che l'Europa non dispone di una difesa comune si trascura un pezzo di realtà. L'Unione conduce da anni operazioni militari all'estero. Oltre ad Althea, nel Mediterraneo opera Irini, impegnata soprattutto nell'applicazione dell'embargo sulle armi verso la Libia; nel Mar Rosso Aspides protegge la navigazione commerciale; nell'Oceano Indiano Atalanta contribuisce alla sicurezza delle rotte marittime. Eumam Ukraine si occupa invece dell'addestramento delle forze ucraine. L'Italia svolge un ruolo rilevante in diverse di queste operazioni, compreso il comando strategico di Irini, con quartier generale a Roma. L'Europa dispone dunque di missioni, comandi e una certa esperienza operativa. Non possiede però un esercito federale né l'autonomia necessaria per affrontare da sola un conflitto convenzionale di grandi dimensioni. Gli uomini e i mezzi dipendono dai governi nazionali; molte capacità decisive restano legate alla Nato e agli Stati Uniti. È su questa distanza tra le responsabilità assunte e le capacità effettivamente disponibili che si concentra il nuovo sforzo europeo per la difesa, con il programma Safe da 150 miliardi di euro in prestiti per investimenti e acquisti congiunti e il più ampio piano di preparazione militare al 2030 (maldestramente chiamato “Rearm” in un primo momento). La Bosnia ci fa vedere cosa l’Europa è già in grado di fare in termini di stabilizzazione, solidarietà e responsabilità. I missili balistici russi che colpiscono le città, le scuole e gli ospedali ucraini ci ricordano ogni giorno quanto ancora dovrebbe essere capace di fare. Le due guerre hanno storie, dimensioni e responsabilità differenti. Il caso bosniaco aiuta a correggere un equivoco ricorrente: un accordo può interrompere le ostilità senza risolvere le condizioni che le hanno provocate. Dayton ha garantito alla Bosnia trentun anni senza una nuova guerra. È un risultato storico. Eppure, più di due decenni dopo il passaggio delle responsabilità dalla Nato all'Unione europea, servono militari internazionali per garantire la stabilità del Paese. I quattro italiani morti a Brčko partecipavano a una missione che larga parte dell'opinione pubblica europea aveva dimenticato, pur continuando a beneficiarne. Chi propone oggi una resa dell'Ucraina come scorciatoia verso la pace dovrebbe considerare anche questo. Un cessate il fuoco può essere necessario, una trattativa può essere auspicabile. Ma senza garanzie credibili e un equilibrio di sicurezza sostenibile, la fine della guerra rischia di trasferirne il costo sugli anni successivi, sulle frontiere di altri Paesi e sulle generazioni che dovranno difenderle. Le guerre possono finire in un giorno. Le loro conseguenze strategiche, molto raramente.

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