Gazzetta di Modena

Cold case

Mostro di Modena, l’avvocato Iannuccelli cerca indizi sulla Gazzetta

di Stefania Piscitello
Mostro di Modena, l’avvocato Iannuccelli cerca indizi sulla Gazzetta

Il legale ha ricevuto mandato da sei famiglie delle vittime

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MODENA. Uno sguardo alle fotografie dell'epoca, alla ricerca di un volto, di una presenza, di un dettaglio che allora potrebbe essere passato inosservato e che oggi, a distanza di decenni, potrebbe rivelarsi importante. Tra le immagini dei funerali delle ragazze uccise, tra quelle della scena del crimine, l'obiettivo è individuare eventuali persone presenti, ricostruire circostanze e trovare nuovi elementi utili alle indagini. L'avvocata Barbara Iannuccelli ieri ha fatto visita alla redazione della Gazzetta di Modena per consultare l'archivio storico del giornale e approfondire alcuni aspetti dei delitti attribuiti al Mostro di Modena.

Iannuccelli ha depositato sei istanze di riapertura delle indagini a nome di sei delle famiglie delle vittime dell’epoca - gli omicidi, lo ricordiamo, si consumarono tra il 1985 e 1995 circa. «Oggi sono qua nella sede della Gazzetta di Modena perché la Gazzetta è storicamente ancorata alla vicenda del cosiddetto Mostro di Modena». La ricerca nell'archivio non è casuale, ma nasce da un lavoro di approfondimento su circostanze già individuate negli atti. «Cerchiamo cose determinate che abbiamo individuato negli atti e vorremmo capire se effettivamente le medesime circostanze, quelle riportate negli atti, corrispondono a quelle divulgate. Ciò al fine anche di individuare altri soggetti che in qualche modo possano darci informazioni utili».

L'attenzione si è concentrata soprattutto sull'archivio fotografico. Un passaggio che può sembrare secondario, ma che per l'avvocata rappresenta una possibile pista da approfondire. «Ci interessano soprattutto le fotografie dei funerali delle ragazze perché noi sappiamo molto bene che in alcuni casi gli assassini sono poi andati al funerale delle loro vittime».

Iannuccelli cita, a titolo di esempio, il caso della Uno Bianca: «A Bologna abbiamo, purtroppo, il caso della Uno Bianca: Savi, che era un poliziotto, la sera ammazzava e il giorno dopo con la divisa era lì a fare le indagini sugli assassini». Un precedente che spiega l'attenzione con cui vengono esaminate le fotografie e la volontà di non trascurare alcun particolare. «Noi siamo formati in questo modo, non cerchiamo di sottovalutare nulla: e speriamo bene». Intanto, sul fronte giudiziario, le famiglie hanno già dato mandato all'avvocata di procedere con le richieste di riapertura. «Abbiamo depositato sei istanze di riapertura, i familiari ci hanno dato grande fiducia, abbiamo fatto un lavoro enorme». Tra i passaggi più importanti c'è stato l'accesso all'Istituto di medicina legale, che ha consentito di acquisire i file originali delle fotografie. Materiale che può offrire dettagli non rilevati all'epoca. Iannuccelli è coadiuvata dalla criminologa Antonella Delfino Pesce. «Soltanto l'analisi delle foto a colori del corpo di Monica Abate ha consentito anche di individuare una dinamica diversa rispetto a quella che era stata fino a quel momento delineata».

Un altro approfondimento riguarda proprio il caso di Monica Abate e le impronte rilevate su una siringa trovata all'epoca. «Abbiamo messo in campo un bravissimo dattiloscopista perché c'è una consulenza della Scientifica dei carabinieri del passato che aveva analizzato le impronte sulla siringa, che poi è servita a creare la messa in scena dell'omicidio di Monica Abate». L'obiettivo, secondo la ricostruzione dell'avvocata, sarebbe stato far credere che la donna fosse morta per overdose. «Soltanto sul tavolo dell'obitorio si è scoperto che Monica era stata strangolata».

Ora si punta sulle possibilità offerte dalle tecniche più recenti. «Questo dattiloscopista ci ha detto che attraverso l'analisi anche di frammenti papillari, con la strumentazione di oggi è possibile ricostruire l'intera impronta e per noiè fondamentale. Questo noi andremo a chiedere alla procura».

 

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