Gazzetta di Modena

Sport

Marasco: «Io, il mostro innocente»

«Squalificato per le scommesse e rinnegato anche dal Modena. Ma sono un uomo pulito per ia giustizia ordinaria»

3 MINUTI DI LETTURA





di Davide Berti

Di anni ne sono passati sette, di condanne dalla giustizia ordinaria nemmeno una. Antonio Marasco vive da ex calciatore nella sua Torre Annunziata. Nel frattempo, scontata la squalifica, ha vinto due campionati di Interregionale con Scafati e Savoia. Ora, appese le scarpette al chiodo, si dedica anima e corpo alla sua scuola di calcio, la MaraOtto.

E’ questo il ritratto di chi, il 24 agosto 2004, giorno della sentenza del processo di Milano per il calcioscommesse, pagò più di tutti. Nel calderone finirono lui, il Modena, il presidente Amadei e la gara con la Sampdoria, ricordata nelle ultime ore anche da Stefano Bettarini, nuovamente tirato in ballo anche da questa nuova inchiesta.

Marasco, invece, in questi giorni è tranquillo accanto a sua moglie e ai suoi tre figli, reduce da una trasferta a Paestum con la squadra di giovani che allena dove ha incontrato anche le maglie gialle del Modena: «Un segno del destino. In questi giorni in cui si parla di scommesse è chiaro che la memoria va subito a quei giorni e, casualmente, ho rivisto proprio il giallo di quella che è stata la mia ultima squadra tra i professionisti. Un po’ di nostalgia, tanta amarezza ma soprattutto la consapevolezza di poter girare a testa alta».

Il cellulare di Marasco è sempre lo stesso, risponde al primo colpo e dopo sette anni ha voglia di parlare. La vicenda scommesse di questi giorni è partita in modo ben più grave verso le persone coinvolte, ma l’effetto è lo stesso: «Per me, comunque, si è trattato della fine di una carriera nel calcio che conta a soli 31 anni. Il mio cellulare non ha più suonato».

Rifarebbe tutto?

«E perchè no? Che cosa devo rimangiarmi? Una telefonata ad un amico - Bettarini, ndr - dove dico che il Modena voleva vincere? Dovevamo salvarci, che cosa dovevo dire? Ecco perchè non mi permetto di giudicare quello che sta accadendo oggi. Una telefonata mi ha dipinto come un mostro. Faceva comodo trovare un capro espiatorio, e quella volta si doveva chiamare Marasco».

Da quell’agosto 2004 ha più sentito qualcuno di Modena?

«Mai. I compagni sono spariti tutti, la società mi ha sempre rinnegato. Ho sempre pensato che di amici nel calcio ne esistono pochi, ci sono solo rapporti di opportunità. Io, purtroppo, l’ho provato sulla mia pelle. Ma una cosa me la devono spiegare».

Dica.

«Perchè, se sono stato condannato in tutta fretta dalla giustizia sportiva, la giustizia ordinaria, se le prove erano così evidenti, non ha fatto altrettanto? In sette anni non c’è stata una sentenza, io i pm di Napoli Giuseppe Narducci - che ieri ha chiesto l’aspettativa al Consiglio Superiore della Magistratura ed è entrato a far parte della giunta De Magistris a Napoli, ndr - e Filippo Beatrice non li ho mai visti. Ecco quello che volevo dire: sto aspettando giustizia. Qualcuno deve dire che Marasco è innocente e tutto quello che ha fatto nella sua vita lo ha fatto onestamente».

Crede ancora nella giustizia?

«Certo, altrimenti non sarei riuscito ad andare avanti quando mia moglie era incinta e i miei colleghi mi voltavano le spalle. Al di fuori del pronunciamento sportivo, ripeto, sono qui che aspetto. Se fossi stato all’interno di un giro di scommesse, se avessi gestito somme ingenti di denaro e comandato chissà quale losca combine, qualcuno se ne sarebbe accorto, avrebbero messo le mani sui miei risparmi. E invece sono qui, a testa alta. La scuola calcio ne è la dimostrazione. La scommessa, questa volta sì, sono i giovani: uno dei miei ragazzi è già andato al Chievo in primavera, tre andranno al Siena ad agosto. Queste sono le mie uniche scommesse».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google