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Bernardinho: «Il PalaPanini è casa mia»

Bernardinho: «Il PalaPanini è casa mia»

Il tecnico del Brasile che si sta allenando a Modena: «Qui mi sento sempre come in famiglia»

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Interviste, almeno quelle ufficiali, “No, per favore, meglio di no”, quattro chiacchiere scambiate con chi condivise le emozioni di quella stagione alla guida della Panini, “Quelle sì, sempre, con piacere”. Passano gli anni, ben 22 dal campionato 1992/’93, in cui a soli 33 anni gli venne affidata una delle panchine più nobili del mondo: oggi come allora Bernardinho, una vita sportiva e una miriade di successi dopo, ha lo stesso sorriso e la stessa cordialità di allora. «Che cosa mi ricordo di quella Panini? Tutto». E se lo metti alla prova e gli ricordi il 2-3 della prima di campionato contro la Sisley, lui subito con orgoglio controbatte: «La giornata dopo, però, ti ricordo che siamo andati a vincere 3-2 a Ravenna». Era una Panini che viveva i suoi ultimi lampi e che aveva già scritto la sua leggenda negli Anni Ottanta: Bernardinho si trovò a guidare non Cantagalli e Bernardi, ma Lavorato, Pippi, Martinelli: «C’erano anche Conte e Kantor in quella squadra - dice il tecnico del Brasile - e alla fine secondo me siamo andati anche oltre le nostre potenzialità, forse abbiamo dato l’idea di essere più forti di quanto invece non fossimo realmente». Una vita e 22 stagioni dopo, lui trova però ancora modo di scattare polaroid di allora: «Ma vi ricordate quanti tie break perdemmo? Un’infinità». Allora non c’era il punto premio, come oggi, per chi usciva sconfitto dal campo al quinto set, così quella Panini chiuse con 10 vittorie e 16 sconfitte la stagione regolare, decima, con 7 ko per 3-2. «Questa è storia, è il passato e io sono felice veramente di averla vissuta quella esperienza. Di quel periodo ricordo tantissime persone e in particolare Pier Giorgio Turrini, una persona speciale. A distanza di tanto tempo devo ringraziare Modena, perché dopo sono andato alla Nazionale femminile brasiliana ed è iniziata per me una nuova avventura. L’occhio cade su quella gigantografia di Rajzman con cui Bernardinho si fa fotografare sorridente nei corridoi del

PalaPanini e lui, dopo Bernard, che la raccontò per primo, spiega al fotografo: «Noi giocavamo insieme, lui era il più bravo e il più grande èper questo lui rimase Bernard e io diventai Bernardinho». Un flash sullo sconforto determinato dall’eliminazione del Brasile dal Mondiale di calcio: «La vita e lo sport sono così ... Ieri Scolari era un mito, oggi c’è anche un giornale che mi hanno detto fa il mio nome per la panchina della Selecao... Io dico, no, grazie, faccio o cerco di fare quello che so fare meglio, cioè alleno nella pallavolo. Ed è la stessa risposta che do a chi mi chiede se mi candido per le prossime elezioni politiche. Non è il mio mestiere, non sono adatto a questo, se uno non mi piace nemmeno ci faccio una foto». Poi via a guidare l’allenamento della “sua” Selecao, non senza aver risposto a una domanda inevitabile: più forte lui o più forte il figlio Bruno come palleggiatore? «Non c’è paragone, molto più forte mio figlio e credo che lo abbiate visto qui a Modena, lui sa mettersi a disposizione della squadra ed è quello che deve fare un alzatore. Può migliorare in difesa, ma non diteglielo, per favore, altrimenti si arrabbia» Fabio Rossi

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