NOVI. Lui era un ragazzo della Bassa mantovana in cerca di una professione che gli permettesse di girare il mondo. Una traccia gliel’aveva data un collega di papà: il cuoco. Lei, di Asola, dopo cinque anni di Alberghiero e la laurea in Scienze gastronomiche cercava lavoro: prima solo estivo, poi qualcosa di più stabile. Stessa formazione, stessa provincia di origine, e ora lo stesso destino. Si sono trovati e a fare da scenario alla loro vita assieme c’è un mondo che a uno qualsiasi sembrerebbe irraggiungibile: la Formula 1. Galeotto fu il rombo di una monoposto.
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Storia di una coppia di ragazzi che vive la propria vita a mille. Lui si chiama Massimiliano “Max” Portioli, è nato nel 1980 a Suzzara, ha vissuto prima a Novi e poi a San Benedetto Po e ora abita (quando è a casa) a Castellucchio. Da dieci anni fa il cuoco per il team della Lotus (prima Renault). Lei è Silvia Cauzzi, 27 anni, di Asola; lavora da hostess nel catering del team Williams. Due cuori e due scuderie. Rivali sul lavoro(«ma tra colleghi ci si aiuta sempre»), uniti nella vita. Max, dopo le medie, frequenta l’Alberghiero di Carpi. Diverse esperienze in ristoranti del Modenese: Al Boschetto, al Borso D’Este, nel catering di Mario Neri. «Proprio mentre ero da Mario Neri, un collega mi ha detto che alla Renault stavano cercando qualcuno. Un colloquio e mi ritrovo al mio primo gran premio, a Montecarlo. Prima pole position di Trulli e vittoria: fu bellissimo». È il 2004 e il sogno inizia, così come una vita diversa dalle altre e lontana dalla provincia, che resta soprattutto un luogo dove svernare in attesa che riparta il campionato. Sempre in giro per il mondo, seguendo la carovana di piloti, meccanici, giornalisti e ospiti Vip e meno Vip.
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Un paese di duemila-tremila persone che ogni settimana non fa altro che migrare di nazione in nazione, sempre pronto ad accamparsi nei pressi di un circuito e a smontare poi le tende. Non certo una vita da travet, ma nemmeno una vacanza: «Il mio lavoro inizia una settimana prima della gara – racconta il cuoco – bisogna preparare quella che sarà l’area dell’Hospitality. Arrivano grandi camion assemblabili e si crea quella che sarà la cucina. Io da subito inizio a contattare i fornitori per gli ordini: negli anni ho imparato a procurarmi ovunque i prodotti di cui ho bisogno».
Quando hai una platea così vasta ed esigente, fare un menu che accontenti tutti non è facile: «Facciamo due primi, due secondi, due contorni caldi e un buffet di insalate». Piatti e prodotti italici non mancano, anche se a questi Max cerca di affiancare anche un menu ispirato al luogo in cui ci si trova: cucina thailandese, cinese, indonesiana. E la sua più grande soddisfazione è quando gli dicono che i suoi piatti orientali o anglosassoni non sembrano proprio fatti da un italiano. Gli buttiamo lì la domanda: non è che qualche volta nel paddock ha fatto capolino anche un tortello di zucca o una porzione di risotto alla mantovana? «Per ora no, ma i tortelli potrebbero funzionare» è la replica. Altra inevitabile domanda, che cosa mangiano i campioni. «Grosjean, che tra l’altro è un grande appassionato di cucina e mi viene spesso a trovare prendendo in giro gli inglesi che “mangiano solo pappe per cani”, quando corre preferisce prosciutto cotto, insalata verde e gnocchi in bianco. Pastor Maldonado adora pollo o filetto e verdure alla griglia, pasta al pomodoro e riso lesso, ma quando non è al lavoro è un grandissimo fan del made in Italia: prosciutto crudo, mozzarella, eccetera». Dopo dieci anni di lavoro Max non si è ancora stancato di un mondo dove l’adrenalina va a mille, una conversazione si basa su almeno tre lingue, e dove visiti 15-16 Paesi ogni anno: «L’unica cosa che non mi piace sono gli spostamenti in aereo, anche 50 all’anno: tra voli, scali, fuso orario, a volte ti ammazza». Dal 2010 accanto a lui c’è Silvia: «Ci siamo messi insieme alla fine di luglio, tra i gran premi di Germania e Ungheria».
«Di formazione sono anch’io cuoca – racconta Silvia – prima di questa esperienza ho lavorato in qualche ristorante, anche ad Asola, in un locale che non c’è più e che si chiamava Come a casa». Nel 2010 l’ingaggio per la Lotus, solo per le gare europee. Poi il passaggio prima a Renault Sport e alla Williams per l’intera annata: «Da noi è un po’ diverso che in Lotus. Piloti e meccanici mangiano nei box mentre l’Hospitaly è riservata ai guest, gli ospiti e soprattutto agli sponsor, che devono ricevere il miglior trattamento possibile». Anche lei conosce a memoria i gusti dei piloti della scuderia: «Valtteri Bottas mangia riso con tonno e verdure con un sacco di peperoncino, Felipe Massa pasta in bianco e insalata con il pollo ma, essendo stato anni in Italia, è un fan della nostra cucina e si porta in giro per il mondo il suo aceto balsamico prodotto da un’azienda di sua fiducia».
Si lavora tutta settimana, ma «il venerdì è il giorno più lungo dalle 6 alle 22», mentre la domenica c’è frenesia. «Sveglia alle 7.30 – racconta Max – alle 8.30-9 serviamo le colazioni; alle 12.30 il pranzo e alle 14.30 c’è da sistemare tutto mentre assistiamo alla corsa». Se il Gran premio va bene, non manca l’euforia del drink del team e la foto di rito sotto il podio. Ma, servita la cena, nel giro di poche ore tutto sparisce. Come un circo. Gli amici sgranano gli occhi ad ascoltare gli aneddoti di Max: quella volta che Jean Alesi, ambasciatore della Lotus, gli rovesciò una Coca Cola nel cesto delle baguette e disse Scusa Max, ho fatto una cazzata. O quella volta a Jerez, che spostando una tenda Max si ritrovò a vedere la pista dove nel frattempo il collaudatore francese Franck Montagny sbagliava una curva insabbiandosi. Tu n’est pas able a conduire, prese bonariamente in giro il pilota, e quello a mostrargli platealmente il dito (per scherzo). Migliaia di spettatori a guardarsi increduli. Ma Portioli sapeva: Franck stava dicendo a lui.