Giulia e Rebecca alla conquista degli Usa
Le due tenniste dello Sporting Sassuolo giocano nel team della Wichita University. «Qui sport e scuola vanno a braccetto»
Giulia Guidetti e Rebecca Pedrazzi, giocatrici dello Sporting Club Sassuolo, rispettivamente 20 e 22 anni, sono state contattate dalla Wichita State University per entrare nel team tennistico del College e gareggiare nella competizione a squadre contro le altre università americane. Rebecca aveva già iniziato la sua avventura in Kansas nell’agosto 2012 e Giulia si è unita all’amica 4 mesi fa; la prima studia psicologia e la seconda economia. Fin da bambine sono state protagoniste del panorama tennistico, prima modenese, poi italiano e ora sono la dimostrazione che con tenacia, talento, disciplina e coraggio si possono raggiungere grandi risultati; qualità che hanno permesso a Giulia e Rebecca di attraversare l’Oceano alla ricerca di nuove opportunità, che le possano far crescere come tenniste, studentesse e persone.
Cosa vi ha spinte a fare questa esperienza?
Rebecca: «Non sapevo a cosa sarei andata incontro, non avevo mai sentito nessuno parlare di borse di studio in college statunitensi e non credevo neanche fosse possibile ottenere qualcosa del genere. Dopo però aver parlato con il coach dell’università, mi è sembrata subito un’ottima occasione. Prima di partire definitivamente andai in “visita ufficiale” alla Wichita State University e anche le giocatrici che già erano là mi convinsero a partire».
Giulia: «I motivi che mi hanno spinta a partire sono stati la curiosità, la voglia di andare via da casa, l’opportunità di avere una borsa di studio e i racconti di chi ha fatto questa esperienza prima di me (soprattutto della “Becky”)».
Com’è strutturato il vostro campionato universitario americano?
R: «Il vero e proprio campionato inizia nella “spring season”. Verso la fine di Aprile cominciamo a giocare quella che è la “Conference”, composta da 8 università vicine a noi. Terminata la prima fase dobbiamo giocare contro le stesse università della “Conference” in un tabellone ad eliminazione diretta. L’università vincitrice del torneo si qualifica per le fasi finali, ovvero il torneo Ncaa nazionale con le migliori università americane. Negli scorsi sei anni Wichita State si è sempre qualificata per i nazionali... Speriamo di farcela anche quest’anno, con l’aiuto di una nuova giocatrice in squadra (Giulia), molto promettente».
Il livello tennistico che avete trovato ha corrisposto alle vostre aspettative?
G e R: «Sinceramente no, nel senso che pensavamo fosse molto più basso, ma ci sbagliavamo eccome. Siamo rimaste stupite perché incontrare giocatrici che non abbiano un livello medio-alto è davvero difficile».
Qual è la vostra giornata tipo?
R: «Di sicuro molto intensa, a partire dalla sveglia alle 5 per iniziare ad allenarsi alle 6. Nella “fall season” principalmente ci alleniamo e prepariamo per la “spring season”. Questa è la parte più bella dell’anno perché passiamo la maggior parte del tempo a viaggiare (e studiare in pullmino) e ho l’occasione di vedere tanti posti diversi da New York, a Miami, a Hollywood: è un’esperienza incredibile».
G: «Sveglia, colazione, lezione/allenamento, pranzo, lezione/palestra, cena e letto».
Avete riscontrato delle differenze tra il metodo di allenamento italiano e americano?
R: «L’unica grande differenza è che in Italia sei seguito solo a livello individuale, tutte le attenzioni e pressioni sono su di te. Qui invece la cosa più importante è che la squadra cresca e migliori. Ci si incita molto di più tra compagne e si condividono vittorie e sconfitte».
G: «Di sicuro allenarsi da soli o con una squadra non è la stessa cosa. In America si gioca molto di più il doppio e soprattutto ci si allena sempre in gruppo, mentre in Italia mi sono spesso trovata a dovermi allenare da sola con il maestro. Poi gli allenamenti sono anche più vari e divertenti».
Cosa ne pensate della diversa concezione dello sport nel sistema scolastico americano rispetto al nostro?
R: «In Italia se sei uno sportivo vieni penalizzato e tante volte sei costretto a ricorrere a scuole private. In America invece sei valorizzato; lo sport è visto come qualcosa che porta prestigio e notorietà alla scuola. Se abbiamo degli incontri siamo giustificati e possiamo recuperare gli esami in un altro momento; i professori dimostrano massima disponibilità nei nostri confronti, purchè ci sia la massima serietà da parte dello studente».
G: «In Italia non credo esista una concezione dello sport che non sia il calcio e comunque spesso ti trovi a un bivio: o studi o fai sport, entrambi è impossibile. In America l’atleta è visto diversamente, se sei un atleta hai anche dei “privilegi” in più rispetto agli altri studenti. Inoltre offrono tantissime borse di studio per lo sport».
Secondo voi un giovane tennista (o sportivo) ha più possibilità di crescita e miglioramento in America piuttosto che in Italia?
G: «Premettendo che il tennis è uno sport da trattare a parte, perché per diventare professionista bisogna fare tanti sacrifici, tanti tornei in giro e studiare contemporaneamente diventa molto difficile, posso dire che questo tipo di esperienza è molto interessante, perché concilia lo studio con un’alta intensità di allenamenti. Successivamente si può, quindi, tentare di intraprendere la via del professionismo, pur avendo una laurea in mano; il college americano offre tante possibilità e lo consiglio a chiunque voglia crescere tennisticamente».
Voi avete trovato maggiori stimoli all’estero, sia da un punto di vista tennistico che scolastico?
R: «Sì, già il fatto di parlare e studiare un’altra lingua è molto stimolante. Poi vivere da sola lontana da casa mi ha responsabilizzata molto e fatto crescere. Inoltre adoro il mio corso di studi e pratico lo sport che amo, in un paese pieno di possibilità per il futuro e che investe tanto sui giovani: non c’è niente di più stimolante».
G: «Dal punto di vista scolastico soprattutto. Per quanto riguarda il tennis è diverso, ma di sicuro giocare in e per una squadra stimola molto».
La cosa che più vi è mancata dell’Italia?
R: «Pur amando la mia vita negli Usa, manca sempre un po’ casa. La pizza, i tortellini… e il mio cane che vedo puntualmente su Skype».
G: «Ovviamente il cibo, oltre alla famiglia e agli amici».
Progetti per il futuro? A casa o in giro per il mondo?
R: «I miei progetti sono ancora molto vaghi. Vorrei continuare gli studi di psicologia e prendere una laurea specialistica sempre all’estero».
G: «La mia avventura in America è appena iniziata per cui, a essere sincera, per ora non ne ho proprio idea».
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