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Ceci: «La mia avventura alla Dakar»

di Stefano Aravecchia
Ceci: «La mia avventura alla Dakar»

«Novemila chilometri in 13 giorni, da - 10 a + 50 gradi e salendo fino a 4980 metri di altitudine: la testa conta più del fisico»

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Per vedere il traguardo alla Dakar devi essere un tipo sveglio. Non per un giorno o due, ma per due settimane e 9250 chilometri. In moto sei solo contro mille insidie, nascoste dietro ad ogni angolo e in equilibrio precario. Una lotta contro gli ostacoli della natura in un ambiente ostile, che dura dall’alba fino a pomeriggio inoltrato. Nonostante il road book è già un’impresa non perdersi, si naviga a vista tra mille tranelli disseminati sul percorso.

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Facile intuire come sia un’impresa al limite delle possibilità umane quella compiuta dal motociclista Paolo Ceci, 39 anni di Prignano. Alla quarta Dakar in carriera (tutte nella versione sudamericana), ha sempre visto il traguardo. Due volte è entrato nella top 20, altrettante nella top 15. Quest’ha chiuso al 14º posto assoluto tra le moto - primo dei piloti non professionisti - e sesto di classe Sport Production. Per la seconda volta consecutiva Ceci è stato il migliore dei motociclisti italiani (dei 10 alla partenza ne sono arrivati solo 4, ndr), pur avendo un compito preciso, ovvero quello del “portatore d’acqua” di Juan Carlos Salvatierra - caposquadra del team boliviano che nel suo Paese è considerato una specie di Valentino Rossi delle ruote artigliate - poi costretto al ritiro nella quinta tappa. Un risultato eccezionale quello di Ceci, condiviso con la compagna Sara Bioli, che si è occupata della logistica, e con il fidatissimo meccanico Daniele Santunione.

Questione di testa «La gente considera la Dakar come la gara più dura del mondo - spiega Ceci, ieri ospite della Gazzetta. In effetti lo è ma il fattore principale per finirla è la testa che conta per più del cinquanta per cento. Fondamentale anche la preparazione fisica, è però determinante sapersi amministrare, usare il cervello, capire quando è ora di forzare o di tranquillizzarsi un po’. L’esperienza conta tanto in gare come questa, per arrivare al traguardo devi usare la testa e preservare la moto».

Non sono un professionista «Io non faccio il pilota di professione, di lavoro ho una scuola di fuoristrada, enduro e rally a Prignano (Il Monte Motoclub, ndr) che gestisco con la mia compagna Sara. Vado molto in moto, ma per insegnare e non per allenarmi quanto dovrei per disputare una Dakar. Anche quest’anno solo ad ottobre ho avuto la certezza di partecipare e, per andare forte alla Dakar, devi incentrare la stagione degli allenamenti su questa gara. Soprattutto devi venire ad allenarti in Sudamerica: in questo senso i piloti locali hanno un vantaggio enorme così come quelli “top”, che possono concedersi il lusso di prepararsi qui».

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Condizioni estreme «Guardando l’elenco dei partenti di quest’anno, entrare nei venti era una cosa difficile e invece sono arrivato 14º, un risultato che mi soddisfa molto. Certo, è stata una faticaccia: in tredici giorni di gara ho percorso 9250 chilometri godendo di un solo giorno di riposo. Siamo passati da - 10 gradi a + 50, anche con l’altitudine non si è scherzato: abbiamo raggiunto i 4980 metri. La tappa più dura è stata la seconda, corsa sotto il sole con 50 gradi e gli ultimi 120 chilometri di speciale disputati su un tracciato insidiosissimo, sabbioso misto vegetazione. Lì l’esperienza mi ha fatto decidere di rallentare un attimo conservando le energie per uscire dalla prova fresco. Strategia vincente: nel finale ho ripassato tutti quelli che erano partiti a manetta trovandoli fermi, senz’acqua o per terra. Alla fine la regolarità paga sempre».

Senso dell’orientamento «Il mio punto di forza è la navigazione. Il road book fornisce indicazioni per l’orientamento, il difficile viene quando corri su sabbia e dune e, non essendoci tracce o piste, mancano i riferimenti. Il momento più difficile? Sono caduto solo una volta, tra l’altro da fermo, e la moto - pur essendo una Ktm 450 “clienti” e non ufficiale - non mi ha mai tradito. Sul lago salato in Bolivia, a 3800 metri di altitudine e zero gradi di temperatura, ho vissuto un momento delicato: il fondo del lago aveva la consistenza dell’asfalto ma pioveva e in certi punti c’erano 10 centimetri d’acqua. Gli organizzatori per motivi coreografici hanno voluto una partenza in gruppo, un’odissea alla velocità di 160 all’ora per 150 chilometri. È stato come correre sulle uova».

Diesel «Quando Salvatierra si è ritirato io ho continuato con la mia strategia. Senza forzare e rischiare più del dovuto nonostante avessi le mani libere. Alla fine ho centrato un risultato insperato, vuoi per quelli che si eliminano da soli, vuoi per quella giornata di navigazione dove ho fatto un bel salto in avanti in classifica, la tappa che portava a Calama nella quale sono riuscito a prendere il waypoint perdendo 5 minuti mentre altri per trovarlo ce ne hanno messi quaranta o più».

Acqua e cibo «Al 90 per cento l’alimentazione in gara è basata su integratori e bevande energetiche, fondamentali per evitare il rischio della disidratazione. Si parte alle 4 del mattino e non vedi l’ora di arrivare al bivacco per mangiare la pasta e una bistecca cucinate da Sara».

Sogno nel cassetto «A 39 anni non posso pensare di vincere la Dakar ma, nelle giuste condizioni, potrei lottare per entrare nella top 10. Purtroppo in Italia non si trovano sponsor quindi ci deve arrangiare e ho dovuto correre con un team boliviano. Comunque, anche allenandomi di più e meglio, il livello dei partecipanti alla Dakar è talmente alto che fare meglio di quest’anno sarà difficile».

@Star_70_

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