Magnanelli: «Sassuolo, piano a parlare d’Europa»
Il capitano: «La linea che separa una stagione esaltante da una mediocre è sottile. La nostra forza è sempre stata il gruppo e il neroverde è la mia vita»
SASSUOLO. Francesco Magnanelli è stato protagonista di una lunga intervista sulla Gazzetta dello Sport, nel corso della quale ha affrontato i temi più svariati, non solo riguardanti il calcio, e ha riassunto i momenti più importanti della sua esperienza decennale a Sassuolo, città della quale è diventato cittadino onorario.
I SUOI INIZI
«Dopo le delusioni nella Primavera di Chievo e Fiorentina non sapevo nemmeno se sarei diventato un calciatore professionista, però non svaccai. Arrivare a Sassuolo fu la mia fortuna e la serie A non me l’ha regalata nessuno, me la sono riconquistata con questa maglia, decidendo di restare anche di fronte a contratti migliori. Mi ricordo i miei inizi, sbagliavano anche il mio nome: in fondo venivo dal Gubbio e partivo come riserva di Baldo. Poi lui si è perso per storie di cocaina, ma ho visto tanti giocatori che avevano talento e non l’hanno sfruttato».
I SUOI EX ALLENATORI
«Il tecnico che più mi ha impressionato è stato Allegri per la capacità di gestire i giocatori, ma anche Pioli mi ha dato tanto. Stimo molto Sarri, che ho avuto alla Sangiovannese: mi ha sorpreso più il suo percorso ad Empoli che al Napoli, se col suo calcio riesce a far divertire campioni come Higuain può andare davvero lontano».
I SUOI COMPAGNI
«Berardi in 4 o 5 anni può diventare tra i più forti giocatori d’Europa, ma soltanto se sarà forte a livello mentale. Io non sono stato baciato dalla sorte come lui, ho limiti fisici e tecnici. E non è vero che non tiene alla Nazionale, quando ha dovuto rinunciare alla sua prima convocazione stava male davvero. Il valore fondamentale nel quale credo, però, è il gruppo, quello che ha fatto le fortune del Sassuolo: con i campioni vinci una battaglia, con la squadra la guerra».
I SUOI PENSIERI SUL CALCIO
«Quando Buffon disse: “A volte meglio due feriti che un morto”? Il 99 per cento dei giocatori la pensa come lui ma non ha il coraggio di dirlo. In certe gare di fine stagione a me è successo di non avere gli stessi stimoli dell’avversario, ma non ho mai regalato partite o un gol. Le cose dopo Calciopoli sono cambiate. Certo, l’arbitro è umano, quindi se protesto io o lo fa Totti purtroppo c’è differenza…»
I SUOI SOGNI
«Nel 2007, dopo aver perso i playoff per andare in B, con Masucci e Gambadori ci siamo tatuati una fenice: saremmo risorti dalle ceneri, pensavamo, e così è stato. Se il Sassuolo andasse in Europa League giuro che farei il mio secondo tatuaggio e questa volta sarebbe un’aquila.
Bisogna però stare attenti, perché il confine tra una stagione esaltante ed una mediocre è molto sottile». (m.c.)
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