Tutti in piedi, segna Müller
Il centravanti trascina la Germania al successo con 4 gol tra semifinale e finale
Eccoli i tedeschi. Reduci da ItaliaGermania4-3 (tutto d’un fiato), da una sconfitta bruciante come quella dell’Azteca, nei Mondiali messicani, una ferita che viene lavata in Belgio, a pochi chilometri da casa e con lo stesso “detersivo”, quel Gerd Müller che nelle due partite della fase finale ne fa quattro e manda a nanna prima i padroni di casa e poi i soliti sovietici che hanno praticamente l’abbonamento per un posto in prima fila agli Europei.
Noi italiani invece non ci siamo. È la storia di una parabola discendente. I “messicani” sono ancora trainati per l’Italia di Ferruccio Valcareggi e riescono comunque a domare le mine vaganti Svezia e Austria nel girone eliminatorio, seppur a fatica. E a caro prezzo. Al Prater di Vienna, nella sfida d’andata, gli azzurri riscirono a imporsi per 2-1, ma il roccioso terzino destro dei danubiani, Hof, spezzò la gama a Gigi Riva che tornò a casa con il perone destro fratturato. Il ct puntò allora su Pierino Prati e la Nazionale riuscì a guadagnare i quarti di finale ad eliminazione diretta e a recuperare “Rombo di tuono”, come lo chiamava allora Gianni Brera. Ma contro un emergente Belgio dell’illuminante Van Himst, l’Italia pagò dazio: Valcareggi cercò qualche inserimento in una macchina con motore logoro (il mediano del Milan Romeo Benetti e il poeta del gol, il granata Claudio Sala) nelle amichevoli di preparazione, ma i risultati non furono confortanti. Morale della favola, riecco i “messicani” e nella prima gara, a San Siro, non andriamo oltre uno scialbo 0-0. Due settimane dopo, al Pare Astrid di Bruxelles, l’eliminazione, con un 2-1 nervoso, macchiato da un fallaccio di Bertini su Van Moer che costò al belga la frattura di una gamba.
Italia fuori gioco, ma è in buona compagnia, visto che anche l’Olanda che dominava il calcio continentale di club con l’Ajax se ne resta a casa.
Per la Germania è dunque tutto molto semplice, considerando che, accanto ai reduci dell’Atzeca capitanati da Franz Beckenbauer, ha sistemato due elementi come Günter Netzer, regista del centrocampo pescato dal club emergente nella Bundesliga, il Borussia Mönchengladbach, e Uli Hoeness, il solista scoperto da Udo Lattek per il Bayern Monaco. I gol, tuttavia, li fa sempre Müller. Il centravanti tedesco è spietato: contro i padroni di casa, in semifinale, piazza la prima zampata dopo 24’ e chiude il conto nella ripresa, al 71’, tanto che dall’altra parte il Belgio riesce solo a realzzare la classica rete della bandiera. In finale, allo stadio Heysel di Bruxelles (che tredici anni dopo sarà purtroppo il teatro degli incidenti prima di Juventus-Liverpool che causarono 39 morti nella finalissima di Coppacampioni), la Germania trova l’Urss e confeziona un’altra doppietta per il 3-0 che sigilla una gara deludente, con i sovietici mai realmente pericolosi dalle parti dell’altro totem tedesco, il portiere Sepp Maier. Gol al 27’ e al 58’ (in mezzo il centro di Wimmer) per un’ultima mezz’ora di accademia che fa capire come sia la Germania la squadra da battere nella prima parte degli anni Settanta. Lo confermerà nel Mondiale del ’74.
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