Il Modena di Gigi Pavarese: «Una banda di affamati»
«Ho fatto la squadra che volevo e potevo. Pavan il miglior acquisto e ha una qualità: la modenesità. Bisogna dare il 150% per onorare la storia del club»
«Ero un uomo fermo in stazione ad aspettare un treno che non passava mai. Quel treno è passato e ora non voglio più scendere».
«Nella maglia conta lo stemma sul cuore, non il nome che c’è scritto dietro».
«Quando in sede o nello spogliatoio vedo le vecchie foto del Modena, capisci quanta storia c’è qui e il rispetto che dobbiamo a chi l’ha costruita. Dovremo dare il 150%: per noi, per la storia, per i nostri tifosi».
Frasi che potrebbero essere di rito, studiate ad hoc per imbonirsi una città ferita come Modena, soprattutto se chi le pronuncia è anche giornalista pubblicista esperto nel mondo della comunicazione.
Ma Gigi Pavarese, direttore sportivo del Modena, non è un Alessio Secco, per capirci, non ha la frase giusta da dire al momento giusto. Le attinge dal cuore, dalla passione e dalla consapevolezza di chi sa di giocarsi una nuova sfida professionale decisiva in una carriera interrotta da una squalifica. Il Modena gli ha offerto una mano, Pavarese, 51 anni, l’ha presa e vuole ricambiare. Ha ereditato una situazione scomodissima: gestire un post retrocessione in una piazza imbufalita con Antonio Caliendo, disillusa e scollata dalla propria squadra.
Una piazza che negli ultimi due anni ha avuto un ds solo di nome e non di fatto. Ricostruire autofinanziandosi con le cessioni non era facile. Ma una squadra c’è e col Parma, pure in Coppa Italia, ha bene impressionato. E gli innesti di Laner, Basso e di Big Bajner, il possente centravanti ungherese, potrebbero anche darle un aspetto interessante.
Contento del mercato?
«Ho fatto la squadra che volevamo costruire e in base alle nostre possibilità. Cercavamo gente che sposasse la filosofia mia e di Pavan: cucirsi la maglia addosso, andare nell’arena e combattere. Non pongo limiti, se gli altri saranno migliori complimenti: daremo filo da torcere a tutti. Sono convinto del lavoro che ho fatto e lo consegno al giudizio del campo. Ma tanto per capirci: io voglio vincere anche a rubamazzetto con mia nipotina».
La conferma di Giorico è il miglior acquisto.
«No, è stato Pavan. Non lo conoscevo, ma Caliendo mi disse di tenerlo in considerazione. Dopo aver sentito altri tecnici, ho parlato con lui e ho visto che aveva quella scintilla che agli altri mancava. Lui ha voglia di emergere, io di riemergere: ci siamo capiti al volo. In lui rivedo Massimo Rastelli che ho lanciato io, ma Pavan ha una qualità in più: la modenesità e un’appartenza alla città che lo rendono ancora più responsabile. Questo è un aspetto che dobbiamo ricostruire assieme alla squadra e ai nostri tifosi. Che spero ci diano un po’ di fiducia: l’applauso della curva piena dopo la partita col Parma per noi è stato importantissimo. Finora abbiamo servito un buon antipasto, ora dobbiamo cucinare il pranzo che Modena merita».
È una squadra legata a tante scommesse, alcune calcolate, ma scommesse.
«L’importante è che queste scommesse abbiamo deciso di giocarsele prima di tutto a livello personale. Come Diakite e Bajner, che mi ricordano il primo Amauri e Aldo Serena, come Tulissi, Accardi, gli stessi Laner e Basso. Qui c’è la giusta fame per ridare dignità al Modena e a ogni tifoso».
Occasioni mancate? Da dove spunta Bajner?
«Volevo un italiano, ma ingaggi come quello di Curiale o di super punte di categoria non sono da Modena. Bajner? Me lo aveva segnalato un amico esperto di calcio ungherese. Avevo il suo nome sul taccuino e ho seguito la pista. È convinto di giocarsi una grande chance e sa che se fa bene alla fine guadagnerà di più».
Caliendo come sta?
«Quando ci siamo incontrati la prima volta schiumava di rabbia e voglia di riscatto. Era a terra per la retrocessione, ma ancor più dispiaciuto per l’ostilità dell’ambiente. Se lo conosci sai che non lo merita. Poi non c’è nessuno dietro di lui».
Paolo Vecchi
@PaoloVp305
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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