Barusso: «Uno stimolo per i ragazzini ghanesi»
«Vorrei trasferire la mia mentalità ai giovani calciatori del mio paese che vivono qui e sognano di arrivare. Ringrazio la mia nuova società»
Quando si presenta negli spogliatoi al termine del match contro il Viadana, vinto domenica dal Camposanto con un secco 3-0 e sbloccato grazie alla sua rete su punizione all’8’ che ha incoronato il suo debutto tra le fila biancoverdi, Ahmed Apimah Barusso quasi non la vuole fare l’intervista. Non per spocchia o perché è “uno che se la tira”, come si dice da queste parti, ma per un pizzico di timidezza unito ad una buona dose di semplicità. Una rarità per chi, come lui, ha giocato in tutte le categorie dalla serie D alla A, arrivando a disputare gare di Champions a Roma e ad indossare maglie importanti come quella del Galatasaray e della nazionale ghanese. Alla fine però, “Baru”, come lo chiamano gli amici e i nuovi compagni di squadra, capisce che sarà poco più di una chiacchierata informale e, sfoderando un bel sorriso, inizia a parlare di sè a ruota libera. “Sono felice per il gol - ammette Barusso - per me stesso, per i compagni e tutto lo staff. E’ importante potermi di nuovo allenare con serenità e riprendere il ritmo partita, tornare quello che ero prima del grave infortunio del 2006 e come il giocatore che sono stato dopo. Ma mi conosco e so che darò il meglio di me stesso. Sono contento di essere qui, dell’opportunità che mi è stata regalata, quindi farò il possibile per dare una mano a questa società”. In verità non è un caso se il possente centrocampista ghanese è finito per indossare proprio la maglia del Camposanto, in quanto l’amicizia ha giocato un ruolo importante. E’ stato Pako, connazionale e già al servizio di mister Barbi, a convincerlo a diventare parte del gruppo. Così capita che, oltre alle storie da rettangolo verde, ne spuntino altre in cui si scopre che una cospicua compagine di noti calciatori, tutti ghanesi, siano di casa ad appena 20 km di distanza dal piccolo paese della Bassa… “Abito a Nonantola insieme a Pako dal 2010 - riprende Baru - e vengono spesso a trovarci diversi amici. Con Cofie, Chibsah, Boakye, Asamoah e Muntari passiamo delle belle serate in compagnia. Ci divertiamo, scherziamo, ci complimentiamo con chi ha vinto e prendiamo in giro chi invece ha perso. Siamo tutti ghanesi che vivono in Italia e abbiamo fatto gruppo...”. Inevitabile, però, non riprendere il discorso sui suoi trascorsi calcistici che l’hanno portato a militare in ben 13 diverse formazioni del campionato italiano, dalla C2 sino alla A, come all’estero nel Galatasaray e in patria indossando la maglia della nazionale ghanese. “Non amo guardare indietro ma solo avanti, però ammetto di aver fatto una carriera importante - puntualizza Barusso – dal 2007 al 2009 ho avuto l’onore di vestire la maglia della mia nazionale, giocando 6 partite. Durante la Coppa d’Africa del 2008, dove siamo arrivati terzi, ho anche segnato un gol contro il Marocco in amichevole. Ugualmente bella l’esperienza con il Galatasaray, con cui ho vinto il campionato nel 2008 e segnato una rete in Europa League. Hanno un tifo caldissimo in Turchia, ricordo che dopo un match, vinto per 2-1 con il Fenerbahce, ritornando in pullman, i tifosi avversari ci hanno rincorso in motorino tirando contro il mezzo non so quante bottiglie… Ma ho dei bellissimi ricordi anche del campionato italiano. Con il Manfredonia, in tre anni, siamo passati dalla serie D alla C1. Poi sono andato a Rimini e, nonostante l’infortunio, dirigenti e società mi hanno supportato e tirato su di morale. Mi sono trovato benissimo anche alla Roma in A, dove ho vissuto l’emozione della Champions. Come a Siena, Brescia, Torino, Livorno, Nocerina, Novara e, infine, nell’Arezzo di mister Capuano. Anche se non ho giocato tanto, sono rimasto in buoni rapporti con lui e, adesso che allena il Modena, gli ho promesso che andrò a trovarlo…”. Il proposito più bello, che denota umiltà e un buon attaccamento alle origini, Barusso lo regala poi sul finale: “Vorrei trasferire la mia mentalità, del guardare sempre avanti e credere in se stessi, a tutti i ragazzini ghanesi che qui giocano a pallone e sognano di diventare calciatori importanti…”.
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