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Ganzerli: «Cavezzo modello per tutti» 

di Fabrizio Morandi
Ganzerli: «Cavezzo modello per tutti» 

«Giancarlo Tampellini è il segreto dei successi ottenuti Una soddisfazione raggiungere le finali nazionali Under 14»  

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A Bormio si sono chiuse le Finali Nazionali Under 14, per Cavezzo l’undicesimo posto finale va un po’ stretto, non era certo l’obiettivo che le piovrine si aspettavano alla vigilia, ma resta comunque un risultato che definire di rilievo è dir poco per una società rappresentativa di un paese e di una comunità di 4000 anime duramente colpita in tempi recenti e che rappresenta comunque un gioiello nella provincia modenese.

Ne abbiamo parlato col coach cavezzese Alberto Ganzerli che ha guidato le piovrine a questo importante appuntamento.

Coach, innanzitutto le chiediamo un bilancio di queste Finali Nazionali.

«Intanto a Bormio abbiamo avuto la conferma che siamo una rappresentativa di un paese di provincia spesso al cospetto di vere e proprie corazzate, che nelle Finali Nazionali hanno rotazioni decisamente più profonde delle nostre. Detto questo avevamo un organico che realisticamente poteva valere un posto fra il 5° ed il 10°, siamo andati leggermente peggio. Abbiamo sottovalutato la gara del debutto dove a San Giovanni Valdarno è girato anche tutto bene e a noi no. Nella seconda gara abbiamo giocato una super partita contro Cercola, una super squadra contro cui ci siamo espressi al meglio giocando ad un ritmo e livello altissimo. Nella gara decisiva contro Zanè abbiamo pagato il poco tempo di recupero che con rotazioni corte è stato decisivo. Giocando tutti i giorni nei primi 20’ siamo scoppiate, ma riordinate le idee negli spogliatoi, siamo rientrati a -2 a 45” dalla fine con i due liberi del pareggio che Setti, fin lì fra le migliori in campo, ha purtroppo sbagliato. Nel girone di consolazione abbiamo affrontato subito una squadra arrabbiata come Porto San Giorgio che aveva subito un probabile torto (ndr. probabile biscottone fra le avversarie con la squadra favorita che ha lasciato a riposo il suo quintetto base nella partita decisiva con discussioni veementi fra tifosi e a seguire sui social network) e poi abbiamo chiuso all’11.mo posto giocando bene contro Torino».

Più la gioia per l’arrivo alle Finals Under 14 o la delusione per un mancato risultato?

«Sarei bugiardo se dicessi che non c’è delusione per un risultato che poteva essere superiore, ma possiamo solo accusare noi stessi per non avere affrontato come dovevamo la prima partita. L’infortunio di Malavasi al debutto è stata un’altra tegola che è pesata sulle rotazioni corte della squadra per il resto della competizione. Sulle altre gare nulla da recriminare invece. Resta però una grandissima soddisfazione per avere raggiunto le Finali, le ragazze sono state molto concentrate sino alla fine ed è stata una gigantesca esperienza per tutti molto positiva».

Al di là del raggiungimento delle Finals di cosa vai più orgoglioso in questa annata?

«Ho grande soddisfazione per avere contribuito a creare un gruppo che ha continuato a crescere. Non abbiamo mai mollato neanche sul -20, abbiamo giocato col fiato sul collo contro tutte ed il gruppo ha ben capito il valore di questa esperienza».

Chi sul podio e quali le sorprese di questa competizione?

«Setti, Berra e Bergamini sono state sicuramente fra le più brave e meritano una menzione. Sulle sorprese permettimi di citare due ragazze che con noi per motivi organizzativi hanno potuto fare solo un allenamento alla settimana quest’anno, ma che alle Finali hanno tirato fuori gli artigli, sono Sofia Maini, classe 2004 di Finale Emilia, che contro le pari età emerge, ma che ha sempre sofferto contro le più grandi, ma che in Finale è stata eccellente come contributo. Ed anche Alice Veronesi, di Massa Finalese, è stata un eccellente aggiunta con le sue triple e la sua difesa. Sono sicuramente mattoni importanti per il futuro di questo gruppo».

Hai sottolineato il piccolo paese contro grandi corazzate, cosa può essere fatto nella nostra provincia per spingere maggiormente il basket femminile?

«È complicato. Il primo passo è cominciare a fare gruppi esclusivamente femminili e non misti, facendo giocare le ragazze il più possibile, ma qui sorge un altro problema, data l’esiguità delle squadre si va a giocare lontani contro vere e proprie organizzazioni e anche subire delle “paghe” non è propriamente piacevole alla lunga. Poi c’è la complessità dell’aspetto organizzativo, con ore di palestra, allenatori, ecc…è difficile dare continuità, anche società attrezzate come Modena stanno provando, ma con grandi difficoltà».

Qual è il segreto dell’isola felice Cavezzo?

«Secondo me ha un nome ed un cognome, quello di Giancarlo Tampellini. Ha dedicato la sua vita da 35 anni a questa causa, la sua modalità gestionale ed economica è sempre stata estremamente oculata ed è il fil rouge di questi successi ottenuti in società».

Un’ultima domanda, visto che in campo maschile ultimamente le nostre rappresentanti stanno faticando ad imporsi a livello anche solo regionale spesso, cosa suggeriresti di copiare dal modello Cavezzo?

«Domanda difficilissima. Credo non valga per tutte le società, da noi si continuano a tirare fuori giocatrici dai settori giovanili che determinano un’ossatura della prima squadra che viene mescolata con l’esperienza di veterane spesso ex-cavezzesi. Abbiamo aperto diversi cicli. Non credo sia un modello così facilmente replicabile nel maschile. Altro aspetto invece da valutare, la gestione. Gli allenatori passati di qui hanno fatto tutti bene, da Lucchesi, a Martinelli, a Piatti, a Carretti, al sottoscritto fino a Bregoli, alcuni lanciandosi verso avventure anche ai piani più alti. Spesso da fuori non si vede ma il mix di tranquillità e programmazione è stato spesso un plus, forse non è facile esportare questa modalità, ma teniamo sempre presente che siamo in un bacino di 4000 persone con un settore giovanile autoctono».

Insomma se Cavezzo da anni è un modello, forse pensare e studiare meglio questo modello potrebbe essere utile anche ad altri, tifando perché Cavezzo resti una realtà brillante del basket modenese.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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