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Russo: «Il Modena poteva salvarsi»

di Marco Costanzini
Russo: «Il Modena poteva salvarsi»

Il segretario generale: «L’ostinazione ha portato Caliendo a fare solo scelte sbagliate: ha rovinato 50 famiglie»

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«C’erano un milione di possibilità per non arrivare a vivere questo dramma. Sarebbe stata sufficiente una cosa semplicissima, cioè che una persona, Antonio Caliendo, si fosse resa conto delle difficoltà e avesse preso la decisione giusta al momento giusto. Invece, nonostante sia stata implorata più volte per il bene di tutti, la sua ostinazione e il suo orgoglio ci hanno portato fino a qui».

Chi parla è Andrea Russo, una delle poche colonne ormai rimaste in un Modena in frantumi. Arrivato nel 2006, negli anni è diventato team manager e segretario generale. Fino a questa estate, quando assieme a Ezio Capuano ha vestito i panni di factotum per provare a tenere in vita una società portata sull’orlo del baratro da Caliendo. Russo prova a misurare le parole, a non lasciarsi annebbiare dalla rabbia, continuando a coltivare la flebile speranza che un miracolo possa avverarsi. I dipendenti e le loro famiglie, d’altronde, sono le prime vittime di questa situazione.

Facciamo un passo indietro, prima di quest’estate non vi eravate accorti di quanto sarebbe potuto accadere?

«Mai. Poi, all’improvviso, sono spuntate le difficoltà sia nell’iscrizione al campionato sia nel pagamento degli stipendi, che prima avevamo sempre ricevuto regolarmente. Sinceramente, però, nessuno si sarebbe aspettato che la situazione potesse arrivare al collasso. Dopo aver accumulato due mensilità di arretrati, noi dipendenti siamo andati a parlare con Caliendo. Lui ha provato a sistemare le cose, pagando intanto un mese, ma non aveva capito quali problemi iniziasse ad avere oltre che a creare. Per questo motivo gli abbiamo suggerito di fare un passo indietro».

Cosa avete consigliato a Caliendo?

«Lui si è sempre voluto mostrare forte e sicuro di sé anche con noi, orgoglioso e ostinato. Come nelle conferenze stampa, ci diceva: “tranquilli, con me il Modena non fallirà mai”. Lo abbiamo implorato tutti, dai dipendenti ai calciatori, di cedere la società prima che fosse troppo tardi. Non era un peccato ammettere di essere in difficoltà. Quante persone lo fanno? Bisogna saper chiedere aiuto e ascoltare i consigli. Invece lui se ne è fregato, giocando non solo con la carriera ma soprattutto con la vita dei suoi dipendenti e delle loro famiglie. Vi potrei fare tanti esempi».

Li faccia.

«Parto da me: due estati fa mi chiamò l’Inter per propormi un contratto come segretario del settore giovanile. Io rifiutai, e a maggior ragione oggi mi do del pazzo, per riconoscenza nei confronti del Modena e perché avrei voluto continuare il mio percorso sperando di tornare subito in B, fidandomi delle garanzie che mi erano state date da Caliendo. Per quanto riguarda la famiglia, basta dire che mi sono sposato quest’estate. Ma non ci sono solo io, siamo una quarantina tra dipendenti diretti e persone che a vario titolo lavorano per la società. C’è chi ha un mutuo da pagare, chi ha figli all’università, chi ha dovuto vendere l’auto, c’è un giocatore appena sposato e con la moglie incinta: tutte queste persone, che hanno spesso messo il Modena davanti alle loro famiglie, hanno provato a far ragionare un uomo che ha fatto di testa sua».

I giocatori come hanno fatto a fidarsi?

«Siamo stati sinceri e leali sin dall’inizio: abbiamo detto che gli stipendi della passata stagione erano stati pagati ma al tempo stesso che la proprietà era in difficoltà, sperando tutti nella cessione del club. Anche perché una trattativa seria c’era e tutti sanno quale fosse. Non ho problemi a confermare che Carmelo Salerno era la persona giusta e aveva un progetto solido. Ma il tentativo di convincere Caliendo a vendere a Salerno ha fatto diventare molti di noi, io in primis, persone che remavano contro di lui».

Così ne avete viste di ogni, anche presunti magnati stranieri in sede…

«Non voglio entrare nel merito. Dico solo che ogni volta in cui pensavamo fosse arrivata la volta buona per la cessione a Salerno, tutto sfumava. La sensazione era di avere di fronte una persona che non si accontentava mai quando invece doveva fare una sola cosa: vendere. Così il tempo passava, le bugie si accumulavano e l’ostinazione restava».

Fino alla cessione a Taddeo. «Caliendo si è trascinato fino all’ultimo secondo e ha ceduto alla persona sbagliata. Fidatevi, ci voleva dell’impegno per far fallire il Modena. Invece queste persone rischiano di esserci riuscite. Un imprenditore della città non avrebbe mai fatto quello che ha fatto Taddeo: almeno avrebbe riaperto lo stadio e fatto giocare la squadra».

Caliendo si è più fatto vivo?

«Mai più sentito dopo che ha venduto. Lo avevo chiamato dieci minuti prima per parlargli della documentazione per lo stadio di Forlì».

A proposito, parliamo di iscrizione e stadio.

«Il Modena si è iscritto al campionato ricevendo l’affiliazione dalla Figc perché ha presentato tutta la documentazione necessaria, compresa la licenza d’uso dello stadio Braglia che il Comune ci aveva inviato. Tutto regolare, nonostante la corsa contro il tempo per sistemare i problemi spuntati d’incanto. È chiaro che tutti noi credevamo che Caliendo avrebbe immediatamente ceduto la società, perché non poteva trascinarsi oltre, e che in questo modo si sarebbero risanati i rapporti con il Comune. Invece si è arrivati fino allo sfratto. Così ho trovato lo stadio di Forlì. Ho perso ore ed ore tra telefonate e predisposizione di tutta la documentazione. Avevamo ogni autorizzazione per giocare lì, compresa quella della Prefettura, ma dopo due gare in deroga serviva la licenza d’uso dal Comune, che non è mai arrivata. La mia sensazione è che si sia trattato di una precisa volontà politica, anche in questo caso per colpa di una sola persona».

Ha senso andare avanti?

«Io e tante persone, a partire dallo staff tecnico, abbiamo fatto di tutto per allungare il più possibile la vita al Modena. Fallire a due mesi dall’inizio del campionato non si è mai visto. Perché lo abbiamo fatto? Perché il Modena ha 105 anni di storia, una matricola Figc di cinque numeri che pochissime società in Italia possono vantare e che rende orgogliosi non solo i tifosi ma anche chi lavora per questa società. Il ricorso contro le prime due sconfitte a tavolino l’ho studiato io, l’avvocato Diana mi ha dato una grossa mano e a mio modo di vedere potrebbe anche essere accolto. Ma c’è solo una strada, l’unica per la quale può ancora avere un senso spendere energie e tempo: che ci sia un imprenditore serio pronto a darci una mano, una persona che ami il Modena tanto quanto chi ha provato a tenerlo in vita. Se ha senso continuare faremo di tutto, altrimenti ci arrendiamo. Siamo molto stanchi, perché in situazioni del genere si accumulano solo tensioni. Andando avanti così, finiremo tutti per litigare. Noi, che di colpe ne abbiamo ben poche».

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