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HO PROVATO SULLA MIA PELLE COS’È IL SOGNO DI UN RUNNER

di Filippo Franchini

Le scarpette fumano ancora, nell'abbraccio meraviglioso di Central Park. La mente è confusa, in un vortice di fermi immagine che martellano a ritmo dei “c'mon F'lippo, go Italia”, “you got it” che mi...

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Le scarpette fumano ancora, nell'abbraccio meraviglioso di Central Park. La mente è confusa, in un vortice di fermi immagine che martellano a ritmo dei “c'mon F'lippo, go Italia”, “you got it” che mi hanno accompagnato nelle ultime quattro ore. Stampare il nome ed il tricolore sulla maglia è stato determinante, regala impagabili dosi extra di energia: nulla più di un sincero incitamento rivolto proprio a te da uno sconosciuto newyorchese solleva di più muscoli e mente nei momenti duri. E New York ne riserva parecchi, in un perenne saliscendi, lungo 26,2 miglia. L'adrenalina scorre ancora a fiumi. Anestetizza 42 chilometri e 185 sulle gambe e probabilmente anche i pensieri nella testa. Scrivere un pezzo a caldo in queste condizioni, mentre i volontari del New York Road Runners ci incanalano verso l'uscita west sulla 72esima, è un po’ folle. Sarà l’euforia dell'impresa che fa sembrare tutto possibile. Un anno fa inseguivo sulla app ufficiale, dalla redazione, i maratoneti modenesi a New York, lottando con un fuso che lascia poche ore fra gli arrivi e la chiusura della pagina, per andare in diretta sull’edizione italiana del lunedì. Sognavo di vestire i panni che oggi ho la fortuna di indossare. In questi mesi ho letto e sentito decine di motivi per correre ed almeno altrettanti per non correre a New York. Ho neutralmente rimandato il mio giudizio all’attimo in cui avessi varcato personalmente il traguardo di Central Park. Quel giudizio che, nel mio caso, risente in maniera determinante dell'avere condiviso questa avventura (e gli oltre 1000 chilometri di allenamento da luglio ad oggi, fra albe, pause pranzo sui generis, euforie ed abbattimenti) insieme a Francesca, mia moglie. New York è unica, su questo nessuno può avere dubbi. Non è solo una maratona, è un’esperienza. Che va vissuta assaporandola, sentendola sulla pelle, leggendola negli occhi di chi ti corre a fianco e di chi ti incita in ogni singolo metro di gara (non credevo potesse essere vero, ma è proprio così). Ho nella mente i colpi di cannone sul Ponte di Verrazzano alla partenza, Eye of the Tiger che suona dall’autoradio della polizia sul ponte, torna la pelle d'oca quando il boato di Manhattan ci ha accolto al termine del Queensboro Bridge. Il groppo in gola dell'ingresso a Central Park e le lacrime sul volto di Francesca appena qualche metro fa, sotto le tribune dell’arrivo. Non sono obiettivo in questo momento, non posso esserlo. Non ho il tempo di rileggere un pezzo buttato giù di getto sul telefono per spedirlo in diretta nelle edicole modenesi. Forse è meglio così, lo farò quando tutta questa emozione che avvolge ora Central Park sarà un ricordo unico. Adesso, riesco solo a pensare che correre a New York sia il modo migliore per realizzare i sogni di un runner.

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