«Resterò sempre modenese dentro al mille per cento»
di Fabio Rossi
«Ormai dico a tutti che non mi sento più molto italiano, ma a questa città dico grazie per ciò che mi ha dato»
7 MINUTI DI LETTURA
Giovanni Guidetti, 45 anni compiuti lo scorso 20 settembre, tutti vissuti per la pallavolo. Una passione straordinaria per questo sport, la sua, che lo ha portato “step by step” ad essere semplicemente “Il migliore”. Cittadino del mondo, orgoglioso di essere “forse non italiano, ma modenese non al 100%, ma al 1000%”, almeno quanto Modena è fiera ed orgogliosa di lui.
Ecco le sue sensazioni ed emozioni dopo essere stato incoronato a Mosca dalla Cev (Confederazione Europea Pallavolo) “Womens Coach of The Year” per il 2017.
Quanto e come ha influito essere nato e cresciuto in una famiglia che vive la pallavolo come nessun’altra al mondo?
«Con Adriano, mio padre, ho un rapporto splendido, bellissimo. Fatto anche di scontri fin da quando ero ragazzo, ma tutti con un unico fine: il mio bene. Ho imparato tutto da lui, come uomo e come allenatore e come padre di famiglia. Ha fatto un sacco di sacrifici, insieme con mia madre, per garantire a me e alle mie sorelle di seguire e realizzare i nostri sogni e di diventare quello che siamo arrivati ad essere. Se pensi alla famiglia ideale, beh potresti guardare la nostra, niente conflitti, e solo tanta voglia di stare bene insieme e volerci bene e tutto questo merito dei nostri genitori. Non passa partita senza un commento di mio padre, o via email o via sms! Le vede tutte, le partite, lui mia madre e le mie sorelle non perdono una sola partita delle mie, non importa dove stia giocando. Lui era ed è tutt’ora un allenatore straordinario. E’ nato nel 1935 e ancora oggi si diverte ad insegnare la pallavolo. Per me è un modello e un maestro, e se io sarò con mia figlia bravo la metà di quanto mio padre è stato con me, beh allora Alison sarà una figlia molto fortunata».
Come ricorda l’incontro con Julio Velaasco?
«Ero non ancora 25enne, allenavo a Spezzano, lui era già quello della “Generazione di Fenomeni” e degli scudetti di Modena. Mi ha chiamato a cena, mangiammo una pizza, e inizio a farmi domande sulla pallavolo femminile… lui a me! Da lì capii il primo segreto di questo mestiere: il voler imparare sempre l’imiltà e la curiosità. Ebbi la fortuna che mi volle nello staff della Nazionale e da lì la mia carriera è esplosa. Velasco è un genio, un innovatore, un incredibile uomo che è sempre in grado di dire la cosa giusta e che non ti aspetti al momento giusto. Lui ha cambiato il modo di allenare. E non c’è decisione importante che prendo ancora oggi senza prima consultarlo, perché lui non sbaglia mai un consiglio».
Nel Suo passato è stato anche dall’altra parte della barricata, cioé di chi scrive.
«Che anni quelli trascorsi in Gazzetta! Che ricordi, che amicizie, che avventure. Avevo finito il Classico, era chiaro che il mio futuro non poteva essere nello studio, ma avevo voglia di fare, un energia da vendere e nuovamente ripeto, un incredibile passione per la pallavolo. Alla mattina ero in Gazzetta, al pomeriggio allenavo, alla sera mi allenavo e alla notte si tornava in Gazzetta e i week end a seguire le squadre modenesi in casa e trasferta, nella mitica 164 di un carissimo amico e maestro di giornalismo di quei tempi. Ero giovane e con due sogni: diventare giornalista o allenatore di pallavolo, visto che purtroppo non ce l’avrei fatta a diventare giocatore. Alla fine mi è arrivata la grande occasione con Spezzano e dovetti abbandonare il lavoro alla Gazzetta, ma ho imparato tanto da quegli anni e vissuto esperienze uniche, le amicizie di quel tempo restano indelebili».
Lei da anni vive in Turchia, che cosa conserva di Modena?
«Io dico sempre che non mi sento molto italiano ma sono più che orgoglioso di essere modenese. Mi sento modenese al 1000%. Ogni minuto che riesco a passare a Modena mi sento felice, anche a non fare niente, anche solo passeggiando in centro. Modena vuol dire famiglia, amici, ricordi, la mia vita … è Modena che mi ha dato le mie passioni, è a Modena che ho giocato allenato, è a Modena dove sono l’80% dei miei più cari affetti, il 90% dei miei amici veri, e un innumerevole numero di serate indimenticabili».
La passione per il volley, l’incontro con Velasco, ma se non ci fosse stata Spezzano ...
«Vero, verissimo. Silvana e Walter Magnani nonché Alessandro Capitani (lo sponsor a quell’epoca) sono persone che hanno avuto il coraggio di mettere un ragazzo di 23 alla guida di una squadra che voleva la promozione in serie A1 con fior fior di campionesse italiane e interazionali ovviamente più vecchie ed esperte di me. Non avrò mai modo e occasione di ringraziare a sufficienza la famiglia Magnani per la fiducia che ripose in me. Non posso che dedicare loro un immenso GRAZIE!».
Si racconta che Lei si muovesse in campo imitando alla perfezione Karch Kiraly.
«Quando durante una tappa del Grand Prix in Brasile me lo sono ritrovato davanti, lui secondo allenatore degli Usa io primo allenatore della Germania …. beh… non avevo quasi neanche il coraggio di andare in panchina a giocare. Per me e credo per tanti amanti della pallavolo della mia generazione lui è “Il Mito”, è il Roger Federer del tennis, è il Messi del calcio, è il Bolt dell’atletica. Lui e la sua nazionale americana erano un “mito vivente”, lo guardavo, lo studiavo, provavo ad imitarlo … e ora siamo diventati colleghi ed amici e non passa settimana che non ci scriviamo per confrontarci. Lui è un esempio senza uguali di professionalità e dedizione e di umiltà. Ha vinto tutto e più di tutto e tutti, ma come tutti i grandi dello sport e della vita è sempre alla ricerca di migliorarsi e diventare più bravo».
Assistente di Frigoni nell’Olimpiade del 2000 con l’Italia, primo allenatore con l’Olanda a Rio 16 anni dopo e una medaglia sfuggita di un soffio.
«Spettacolare, emozionante, un tour de force incredibile, un’ emozione dopo l’altra, un sogno diventato realtà. Sarò sempre grato all’Olanda per avermi regalato questa gioia incredibile. Essere alle Olimpiadi e non solo, ma giocarle da protagonista. Il quarto posto dietro a Cina, Serbia e Usa non sarà mai un rammarico per non aver vinto una medaglia, ma un orgoglio incredibile per essere stato ai giochi fino all’ultimo giorno a giocarsela con i migliori del pianeta».
Avrebbe mai immaginato un giorno che la sua vita si sarebbe spostata in modo “permanente” in Turchia?
«Più che in Turchia direi a Istanbul, al Vakifbank. Se non vado errato la mia prima stagione qui fu nel 2009 e ora siamo nel 2017. E il primo anno fu un disastro. Non molti sanno che mi presentai dal presidente alla fine dei play off dove uscimmo al primo turno e gli chiesi scusa e lo ringrazia ugualmente per la fiducia accordatami e gli augurai in bocca al lupo per il futuro. Lui mi disse che era contentissimo del mio lavoro e quindi dal secondo anno sarebbero iniziato ad arrivare i risultati perché non avrei più commesso gli stessi errori del primo. Rimasi senza parole, gli dissi, come? Mi conferma? E da liì è iniziata una sorta di leggenda, siamo diventati probabilmente il miglior club al mondo con 3 Champions League, 2 Mondiali per Club, parecchi trofei in Turchia e siamo perfino nel Guinness dei Primati per aver vinto 75 partite ufficiali di fila. Mi sento incredibilmente fortunato dell’opportunità che mi ha dato il Vakifbank e ogni giorno provo a lavorare meglio del giorno prima per ripagare questa immensa fiducia».
Dopo 10 anni non si sente un cittadino di Istanbul?
«Io sì, anche se qui alla fine sarò sempre uno Yabangi … (“straniero”). Amo Istanbul e la considero una delle città più affascinanti del mondo. La Turchia? Un paese che vive in mezzo a mille contraddizioni, dove trovi tutto e il contrario di tutto… e non è un caso che Istanbul sia su due continenti, Asia ed Europa. È proprio così, un momento ti senti in Francia e pochi metri dopo ti sembra di essere a Dubai, tutto nella stessa città, Istanbul. Ora alleno la Nazionale turca, questo mi fa stare più tempo con la mia famiglia e voglio davvero provare a ricambiare quello che la Turchia mi ha dato in questi anni».
C’è una persona che ha cambiato la sua vita?
«Sicuramente mia moglie. Io e Bahar ci siamo conosciuti al Vakifbank. nel 2013, 20 settembre, ci siamo sposati, e dopo le nostre carriere si sono separate, giustamente direi. È un rapporto il nostro che non sarà mai noioso: ci sarà sempre una parte di me allenatore e di lei giocatrice nel nostro rapporto e questo alla fine crederà sempre piccoli conflitti, ma alla fine giustamente l’amore vince sempre. Sono fortunato ad averla al mio fianco perché la nostra vita non è una vita normale, fare l 'allenatore senza avere al mio fianco qualcuno che capisce i miei alti e bassi, i miei viaggi, le mie depressioni e le mie arrabbiature e al tempo stesso le mie frustrazioni e le miei gioie sarebbe impossibile. E ora tutto è diventato ancora più bello con l’arrivo di Alison. Amore puro, amore al di sopra di qualsiasi altra cosa, ha appena 14 mesi ma mi rende il padre più orgoglioso al mondo e un suo tocco o un suo sorriso mi manda fuori di testa».
Fabio Rossi
Ecco le sue sensazioni ed emozioni dopo essere stato incoronato a Mosca dalla Cev (Confederazione Europea Pallavolo) “Womens Coach of The Year” per il 2017.
Quanto e come ha influito essere nato e cresciuto in una famiglia che vive la pallavolo come nessun’altra al mondo?
«Con Adriano, mio padre, ho un rapporto splendido, bellissimo. Fatto anche di scontri fin da quando ero ragazzo, ma tutti con un unico fine: il mio bene. Ho imparato tutto da lui, come uomo e come allenatore e come padre di famiglia. Ha fatto un sacco di sacrifici, insieme con mia madre, per garantire a me e alle mie sorelle di seguire e realizzare i nostri sogni e di diventare quello che siamo arrivati ad essere. Se pensi alla famiglia ideale, beh potresti guardare la nostra, niente conflitti, e solo tanta voglia di stare bene insieme e volerci bene e tutto questo merito dei nostri genitori. Non passa partita senza un commento di mio padre, o via email o via sms! Le vede tutte, le partite, lui mia madre e le mie sorelle non perdono una sola partita delle mie, non importa dove stia giocando. Lui era ed è tutt’ora un allenatore straordinario. E’ nato nel 1935 e ancora oggi si diverte ad insegnare la pallavolo. Per me è un modello e un maestro, e se io sarò con mia figlia bravo la metà di quanto mio padre è stato con me, beh allora Alison sarà una figlia molto fortunata».
Come ricorda l’incontro con Julio Velaasco?
«Ero non ancora 25enne, allenavo a Spezzano, lui era già quello della “Generazione di Fenomeni” e degli scudetti di Modena. Mi ha chiamato a cena, mangiammo una pizza, e inizio a farmi domande sulla pallavolo femminile… lui a me! Da lì capii il primo segreto di questo mestiere: il voler imparare sempre l’imiltà e la curiosità. Ebbi la fortuna che mi volle nello staff della Nazionale e da lì la mia carriera è esplosa. Velasco è un genio, un innovatore, un incredibile uomo che è sempre in grado di dire la cosa giusta e che non ti aspetti al momento giusto. Lui ha cambiato il modo di allenare. E non c’è decisione importante che prendo ancora oggi senza prima consultarlo, perché lui non sbaglia mai un consiglio».
Nel Suo passato è stato anche dall’altra parte della barricata, cioé di chi scrive.
«Che anni quelli trascorsi in Gazzetta! Che ricordi, che amicizie, che avventure. Avevo finito il Classico, era chiaro che il mio futuro non poteva essere nello studio, ma avevo voglia di fare, un energia da vendere e nuovamente ripeto, un incredibile passione per la pallavolo. Alla mattina ero in Gazzetta, al pomeriggio allenavo, alla sera mi allenavo e alla notte si tornava in Gazzetta e i week end a seguire le squadre modenesi in casa e trasferta, nella mitica 164 di un carissimo amico e maestro di giornalismo di quei tempi. Ero giovane e con due sogni: diventare giornalista o allenatore di pallavolo, visto che purtroppo non ce l’avrei fatta a diventare giocatore. Alla fine mi è arrivata la grande occasione con Spezzano e dovetti abbandonare il lavoro alla Gazzetta, ma ho imparato tanto da quegli anni e vissuto esperienze uniche, le amicizie di quel tempo restano indelebili».
Lei da anni vive in Turchia, che cosa conserva di Modena?
«Io dico sempre che non mi sento molto italiano ma sono più che orgoglioso di essere modenese. Mi sento modenese al 1000%. Ogni minuto che riesco a passare a Modena mi sento felice, anche a non fare niente, anche solo passeggiando in centro. Modena vuol dire famiglia, amici, ricordi, la mia vita … è Modena che mi ha dato le mie passioni, è a Modena che ho giocato allenato, è a Modena dove sono l’80% dei miei più cari affetti, il 90% dei miei amici veri, e un innumerevole numero di serate indimenticabili».
La passione per il volley, l’incontro con Velasco, ma se non ci fosse stata Spezzano ...
«Vero, verissimo. Silvana e Walter Magnani nonché Alessandro Capitani (lo sponsor a quell’epoca) sono persone che hanno avuto il coraggio di mettere un ragazzo di 23 alla guida di una squadra che voleva la promozione in serie A1 con fior fior di campionesse italiane e interazionali ovviamente più vecchie ed esperte di me. Non avrò mai modo e occasione di ringraziare a sufficienza la famiglia Magnani per la fiducia che ripose in me. Non posso che dedicare loro un immenso GRAZIE!».
Si racconta che Lei si muovesse in campo imitando alla perfezione Karch Kiraly.
«Quando durante una tappa del Grand Prix in Brasile me lo sono ritrovato davanti, lui secondo allenatore degli Usa io primo allenatore della Germania …. beh… non avevo quasi neanche il coraggio di andare in panchina a giocare. Per me e credo per tanti amanti della pallavolo della mia generazione lui è “Il Mito”, è il Roger Federer del tennis, è il Messi del calcio, è il Bolt dell’atletica. Lui e la sua nazionale americana erano un “mito vivente”, lo guardavo, lo studiavo, provavo ad imitarlo … e ora siamo diventati colleghi ed amici e non passa settimana che non ci scriviamo per confrontarci. Lui è un esempio senza uguali di professionalità e dedizione e di umiltà. Ha vinto tutto e più di tutto e tutti, ma come tutti i grandi dello sport e della vita è sempre alla ricerca di migliorarsi e diventare più bravo».
Assistente di Frigoni nell’Olimpiade del 2000 con l’Italia, primo allenatore con l’Olanda a Rio 16 anni dopo e una medaglia sfuggita di un soffio.
«Spettacolare, emozionante, un tour de force incredibile, un’ emozione dopo l’altra, un sogno diventato realtà. Sarò sempre grato all’Olanda per avermi regalato questa gioia incredibile. Essere alle Olimpiadi e non solo, ma giocarle da protagonista. Il quarto posto dietro a Cina, Serbia e Usa non sarà mai un rammarico per non aver vinto una medaglia, ma un orgoglio incredibile per essere stato ai giochi fino all’ultimo giorno a giocarsela con i migliori del pianeta».
Avrebbe mai immaginato un giorno che la sua vita si sarebbe spostata in modo “permanente” in Turchia?
«Più che in Turchia direi a Istanbul, al Vakifbank. Se non vado errato la mia prima stagione qui fu nel 2009 e ora siamo nel 2017. E il primo anno fu un disastro. Non molti sanno che mi presentai dal presidente alla fine dei play off dove uscimmo al primo turno e gli chiesi scusa e lo ringrazia ugualmente per la fiducia accordatami e gli augurai in bocca al lupo per il futuro. Lui mi disse che era contentissimo del mio lavoro e quindi dal secondo anno sarebbero iniziato ad arrivare i risultati perché non avrei più commesso gli stessi errori del primo. Rimasi senza parole, gli dissi, come? Mi conferma? E da liì è iniziata una sorta di leggenda, siamo diventati probabilmente il miglior club al mondo con 3 Champions League, 2 Mondiali per Club, parecchi trofei in Turchia e siamo perfino nel Guinness dei Primati per aver vinto 75 partite ufficiali di fila. Mi sento incredibilmente fortunato dell’opportunità che mi ha dato il Vakifbank e ogni giorno provo a lavorare meglio del giorno prima per ripagare questa immensa fiducia».
Dopo 10 anni non si sente un cittadino di Istanbul?
«Io sì, anche se qui alla fine sarò sempre uno Yabangi … (“straniero”). Amo Istanbul e la considero una delle città più affascinanti del mondo. La Turchia? Un paese che vive in mezzo a mille contraddizioni, dove trovi tutto e il contrario di tutto… e non è un caso che Istanbul sia su due continenti, Asia ed Europa. È proprio così, un momento ti senti in Francia e pochi metri dopo ti sembra di essere a Dubai, tutto nella stessa città, Istanbul. Ora alleno la Nazionale turca, questo mi fa stare più tempo con la mia famiglia e voglio davvero provare a ricambiare quello che la Turchia mi ha dato in questi anni».
C’è una persona che ha cambiato la sua vita?
«Sicuramente mia moglie. Io e Bahar ci siamo conosciuti al Vakifbank. nel 2013, 20 settembre, ci siamo sposati, e dopo le nostre carriere si sono separate, giustamente direi. È un rapporto il nostro che non sarà mai noioso: ci sarà sempre una parte di me allenatore e di lei giocatrice nel nostro rapporto e questo alla fine crederà sempre piccoli conflitti, ma alla fine giustamente l’amore vince sempre. Sono fortunato ad averla al mio fianco perché la nostra vita non è una vita normale, fare l 'allenatore senza avere al mio fianco qualcuno che capisce i miei alti e bassi, i miei viaggi, le mie depressioni e le mie arrabbiature e al tempo stesso le mie frustrazioni e le miei gioie sarebbe impossibile. E ora tutto è diventato ancora più bello con l’arrivo di Alison. Amore puro, amore al di sopra di qualsiasi altra cosa, ha appena 14 mesi ma mi rende il padre più orgoglioso al mondo e un suo tocco o un suo sorriso mi manda fuori di testa».
Fabio Rossi
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
