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Faraone, 200 caps con la maglia del Modena Rugby

di Luca Beltrami
Faraone, 200 caps con la maglia del Modena Rugby

«Mi emoziona essere entrato nella storia di questo club, orgoglioso di avere raggiunto un traguardo prestigioso»

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Che significato ha avuto per te arrivare a 200 caps con la maglia del Modena?

«Un significato enorme, un motivo di grande orgoglio. Pensare di aver indossato questa maglia per 200 volte è incredibile, e mi emoziona il fatto di essere entrato nella storia di questo club. Negli ultimi anni era diventato anche un traguardo personale, sono soddisfatto e orgoglioso di averlo raggiunto».

Dall’esordio nel 2007 a Brescia alla 200a di domenica scorsa a Collegarola, quali sono i ricordi più belli su un campo da rugby?

«Sicuramente la doppia promozione dalla B alla A2 del 2010 e del 2011. Quelli sono stati gli anni più belli e più ricchi di soddisfazioni dal punto di vista sportivo. Tra i ricordi più belli anche i quattro anni da capitano: un grande onore indossare quella fascia».

Quali sono state le persone più significative per te in questi dieci anni?

«Ce ne sono state tante, in campo e fuori, che hanno aggiunto qualcosa alla mia crescita di giocatore e di uomo. Il più importante è stato Almer Berselli, che per me è stato molto più di un presidente. Avevamo una sintonia particolare, mi piaceva il suo modo di vedere e vivere il rugby. Un grande personaggio, impossibile da dimenticare».

E sul campo?

«Gonzalo Torraga, il capitano dei primi anni in Prima squadra, ma anche Andrea Rovina, Alessio Uguzzoni e Enrico Gibellini, che hanno condiviso con me l’intero percorso. Come tecnico dico Shaun Huygen: con lui sono cresciuto tanto come giocatore».

200 presenze è sinonimo di fedeltà, ma ci sono stati dei momenti in cui sei stato sul punto di lasciare Modena?

«Ci hanno provato, ma non ci sono riusciti. Nel corso degli anni ci sono state squadre che hanno manifestato interesse nei miei confronti, ma la mia volontà è sempre stata quella di restare a Modena».

Sono arrivate proposte anche da categorie superiori, perfino dall’Eccellenza. Non sei mai stato nemmeno tentato?

«La tentazione c’è stata, è inutile negarlo. C’era soprattutto la curiosità di mettermi alla prova con un rugby di livello più alto, vedere se e come potevo stare nella massima serie italiana. In tempi recenti anche altre squadre si sono fatte avanti, ma io non ho mai visto il rugby come un mestiere, sempre e solo come una passione. Non ho mai voluto fare carriera nel rugby, solo divertirmi e giocare coi miei compagni. È stata una scelta di cuore: lasciare Modena avrebbe voluto dire lasciare i miei compagni di squadra, la mia famiglia, e non è possibile lasciare la propria famiglia».

Hai parlato dei 200 caps come di un traguardo raggiunto. Non ti fermerai proprio adesso?

«Intanto c’è da finire un campionato, con la partita di domenica a Pesaro. Per la prossima stagione, in accordo con la società, ho deciso di prendermi una pausa, come già fatto due stagioni fa. Il pilone è un ruolo particolare, che richiede tanto dal punto di vista fisico. Dopo intere stagioni senza sosta il mio corpo e soprattutto il mio ginocchio chiedono una tregua e io devo ascoltarli. Non è un addio, ma solo un arrivederci: so come si sta fuori dal campo e non sono ancora pronto per abbandonare».

Come immagini il tuo futuro nel rugby, una volta chiusa l’esperienza da giocatore?

«Mi vedo allenatore di mischia, per aiutare a crescere nuove generazioni di piloni, come in parte già sto facendo con coach Ivanciuc. Ripeto che non riesco a vedermi lontano da un campo da rugby, voglio continuare a stare nell’ambiente, insieme ai miei compagni di squadra, e dare una mano ad organizzare feste ed eventi a Collegarola: anche così posso contribuire alla crescita del club».

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