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Riccò: «Fare il Tour senza doparsi è una follia»

Riccò: «Fare il Tour senza doparsi è una follia»

L’ex corridore squalificato lo scrive nel volume “Cuore di Cobra, confessioni di un ciclista pericoloso»

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FORMIGINE. Nuova fatica letteraria per Riccardo Riccò, 34enne ex corridore formiginese che dopo la squalifica per doping si è trasferito in Spagna dove fa il gelataio. Trovato positivo al Cera al Tour de France 2008 dopo aver vinto due tappe (poi fermato e arrestato) e squalificato fino al 2024 per una trasfusione di sangue fatta in casa, nel luglio 2014 aveva scritto un primo libro dal titolo “Funerale in giallo”. A distanza di quattro anni ecco il bis. Riccò, detto il Cobra, a dieci anni esatti dalle clamorose vittorie che lo avevano indicato come vero erede di Pantani, si è messo a nudo in un nuovo libro scritto a quattro mani con il giornalista Dario Ricci (titolo “Cuore di Cobra. Sottotilo: Confessioni di un ciclista pericoloso”) dove Riccò spiattella tutta la verità che lo riguarda, ma che investe tutto il sistema del ciclismo.

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Cobra all’attacco

«Pensate che i grandi che hanno scritto la storia del ciclismo e che sono stati coinvolti a vario titolo in scandali doping fossero diversi dal resto del gruppo? Che fossero migliori o peggiori degli altri?

Credete che, prima di loro, di quegli anni, la situazione fosse diversa, o che possa essere cambiata negli anni successivi?

Pensate che si possano fare 200 chilometri al giorno per tre settimane tra sole, gelo, pioggia, vento e neve solo a pane e acqua? Pensate che si possa davvero vincere così, o che ci sarebbe mai una tivù disposta ad aspettarti al traguardo in diretta per 7, 8, 10 ore, cioè il tempo fisiologico per un tappone di montagna con 4.500 metri di dislivello? E, una volta arrivati, essere pronti già il mattino dopo a rifare la stessa cosa?

Vi siete mai chiesti perché ogni tappa di un grande giro arriva d’abitudine tra le 17 e le 17,30? Perché in quell’orario si deve arrivare, se no “non ci stiamo con il palinsesto, e addio a pubblicità e spot.”

Per farci coraggio, per sopportare quella fatica immane, ci chiamiamo El Diablo, o il Killer, o il Re Leone. O il Cobra, come me. Per darci forza, perché così ci vogliono le persone che ci aspettano anche per giorni accampati su una curva. E, allora, come polli d’allevamento, ci alleniamo e ci “curiamo”, qualcuno per vincere, i più semplicemente anche solo per tenere il passo, stare a ruota. Solo col doping non vinci. Senza doping non vinci. Questa è la regola aurea del gruppo. Forse avrei dovuto rinunciare a quel soprannome, Cobra, troppo minaccioso, infido. Roba da far paura agli avversari, ma quasi anche a me. In fondo, ero soltanto uno del gruppo. Io amo il ciclismo più di quanto si possa immaginare e comprendere. Non l’ho mai tradito».


Talento buttato

Riccardo Riccò, formiginese classe 1983 soprannominato il Cobra, corona il suo amore per il ciclismo con una carriera di successo tra i dilettanti e diventando professionista nel 2006. È considerato il più brillante erede di Marco Pantani quando, nel 2008, si aggiudica due tappe al Giro d’Italia, che conclude al secondo posto alle spalle di Contador, e due tappe al Tour de France. Ma alla partenza della 12ª frazione della corsa in giallo, viene fermato perché positivo al Cera, l’epo di terza generazione, e subisce una squalifica di due anni. Al rientro firma con la Vacansoleil Pro Cycling, ma nel 2011, al termine di un allenamento, rischia la vita per un’autotrasfusione. L’episodio gli costa una squalifica di 12 anni, fino al 2024.

“Tornerò a correre”

Da qualche anno Riccò si è trasferito in Spagna a Tenerife dove, con la moglie modenese Melissa, gestisce una gelateria. In una recente intervista ha dichiarato che con la bicicletta non ha chiuso: «Quando nel 2023 scadrà la mia squalifica avrò 40 anni. Sarò ancora competitivo. Se fossi allenato sarei più forte ora di prima. Fisicamente mi sento così. Ci sono squadre che mi vorrebbero. In caso contrario ne farei io una. Ma io prima o poi torno a correre».


 

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