Simone Zucchi: «Una vita per la Stadium»
Nella stagione 2018-2019 la Stadium celebrerà sul campo l’incredibile traguardo di 30 campionati consecutivi in serie B. Da quel lontano maggio 1989, i gialloblù hanno l’onore e la responsabilità di...
Nella stagione 2018-2019 la Stadium celebrerà sul campo l’incredibile traguardo di 30 campionati consecutivi in serie B. Da quel lontano maggio 1989, i gialloblù hanno l’onore e la responsabilità di portare il nome di Mirandola in giro per le palestre di tutta Italia: si tratta di un risultato straordinario per una squadra che si autoalimenta con le schiacciate dei ragazzi del proprio settore giovanile. Quella della Stadium è infatti una storia semplice, fatta di persone, passione ed ore passate in palestra. Basta guardare la foto della storica promozione in B2, per rendersi conto che a Mirandola questi ingredienti hanno un sapore speciale. Tra i giocatori di allora ci sono Fabrizio Silvestri e Luca Valeri, il Presidente ed il preparatore atletico di oggi. Ma soprattutto c’è Simone Zucchi, la persona a cui va il merito maggiore della storia che stiamo raccontando. Con ogni probabilità Zucchi è stato uno dei giocatori mirandolesi più forti di sempre. Ha imparato a giocare pallavolo nella Stadium, nei primi anni di vita della società, prima di essere notato negli ambienti modenesi. A Modena è poi cresciuto, fino ad arrivare nel giro della nazionale juniores. Nel corso degli Anni Ottanta ha giocato in serie A1 indossando la maglia della Panini insieme ad Anastasi, Cantagalli e Lucchetta, atleti che, di lì a qualche anno, sarebbero diventati campioni del mondo. Dopo una parentesi in A2 prima a Carpi e poi a Mantova, nel 1987, a soli 24 anni, decide di tornare a Mirandola in serie C2. E’ la svolta: dopo le quattro promozioni consecutive sotto la guida di Giorgio Mignani, la Stadium inizia un nuovo ciclo che culminerà dopo 3 stagioni proprio con l’approdo in B2. Per i nostalgici ed i romantici, in quel periodo la maglia numero 4 di capitano non era solo quella di Franco Bertoli della Panini, ma anche quella di Simone Zucchi nella Stadium. Chiusa la carriera agonistica, dopo aver ricoperto in campo un po’ tutti i ruoli, Zucchi si è subito seduto in panchina, dove ancora oggi è il vice-allenatore della prima squadra. Forse è per questa straordinaria continuità che quella maglia non è mai stata ritirata, perché per certi aspetti è come se la avesse ancora addosso, tatuata sulla pelle come una parte inscindibile di sé. Rimane il fatto che se Mirandola è diventata una piazza di riferimento per il cosiddetto volley minore, il merito va riconosciuto principalmente a questo signore, che non hai mai cercato le luci della ribalta, ma ha perseguito costantemente l’obiettivo silenzioso di trasmettere agli altri la sua passione per questo gioco. In lui c’è da sempre uno strato refrattario alle foto, alle interviste e ad ogni altra forma di celebrazione, perché ha sempre preferito che fossero i risultati a parlare al posto suo. Ma certe storie, come quella di Simone, cresciuta negli anni in maniera simbiotica con quella della Stadium, meritano di essere raccontate, perché il mix di valore e di valori che portano con sé non possono essere ignorati. Per questo vogliamo riavvolgere il nastro insieme a lui, riportandolo per un attimo all’estate del 1987, quella del ritorno a Mirandola.
Simone, quel giorno avresti mai pensato di arrivare a festeggiare 30 campionati nazionali consecutivi?
«Sinceramente no. A rivedere tutte queste foto insieme mi rendo conto di quanti compagni ho avuto e quanti giocatori ho allenato, nonostante mi sembri di aver iniziato questa avventura solo ieri».
Come è maturata la decisione di abbandonare la serie A2 per tornare a Mirandola?
«A Mantova quell’anno vincemmo il campionato, centrando la promozione in A1. Erano anni di forti cambiamenti nel nostro sport. A Modena Velasco stava gettando le basi di quella che sarebbe stata la generazione di fenomeni, facendo diventare la pallavolo una attività professionistica. Quando giocavo io nella Panini ci si allenava la sera e molto di noi avevano un lavoro. A quel tempo io lavoravo in banca ed in A2 riuscivo a conciliare le due cose. Con la promozione nella massima serie, la società mantovana mi chiedeva un impegno maggiore, fatto anche di allenamenti alla mattina. Io stavo già pensando al mio progetto di vita, per cui non me la sono sentita di diventare un atleta professionista. Col senno di poi, con l’introduzione del libero di lì a qualche anno, avrei anche potuto avere una carriera abbastanza lunga, ma la verità è che non mi sono mai pentito della scelta fatta. Anche quando, sempre quell’estate, mi cercò anche Ugento, altra squadra di A1. Il trasferimento in Puglia non faceva per me».
Quando sei ritornato alla Stadium, avevi l’obiettivo di portarla così in alto?
«Il primo anno giocavamo in C2 e dal momento che da Mantova mi seguì anche il centrale modenese Andrea Boldrini, c’erano tutti i presupposti per puntare subito alla C1. Ma sinceramente parlare di serie B in quell’estate era prematuro».
Quali sono state le persone più importanti che hai incontrato in questo percorso?
«Difficile fare una scelta, ma credo Danny Cavazza e Pietro Becchi, che sono stati miei compagni per tantissimi anni. Danny fu aggregato alla prima squadra a soli 15 anni, al mio arrivo a Mirandola. Quell’anno fece la riserva di Gianni Vecchini, ma dalla stagione successiva è diventato il nostro palleggiatore titolare. Ha sempre avuto una grande personalità: nonostante fosse un ragazzo, in campo era molto più giocatore lui rispetto a tanti atleti ben più grandi. Pietro, invece, è stato il nostro primo grande acquisto. Veniva da Poggio Rusco ed il suo cartellino è stato un vero e proprio investimento, soprattutto se paragonato alle cifre molto più modeste che stanno girando in questi ultimi anni. Era un grande agonista ed è stato il nostro attaccante più forte per tanti anni: decisamente un investimento ad alto rendimento».
Come è cambiata la pallavolo in questi anni?
«E’ cambiata tanto, soprattutto come conseguenza fisiologica delle nuove regole. Con l’introduzione del libero si è andati verso una forte specializzazione che ha trasformato questo gioco in una disciplina che premia la potenza rispetto alla tecnica. Sarò un nostalgico, ma io mi sono innamorato di questo sport vedendo giocare gente come Lanfranco e Nassi. Erano giocatori di un altissimo livello tecnico e tattico che oggi probabilmente farebbero fatica a trovare posto nelle squadre di prima fascia per via di una fisicità non certo dirompente. Oggi è la pallavolo di Zaytsev e di Sokolov, gente in grado di spettacolizzare una partita con la potenza devastante dei colpi in attacco».
E come sono cambiati i ragazzi?
«Questi 30 anni sono stati un salto generazionale, anche a livello sociale. Mi ricordo quando, agli inizi degli Anni Novanta, venne a giocare da noi lo schiacciatore Paolo Cremonini. Aveva solo vent’anni ma l’anno prima aveva già aperto il suo studio professionale da geometra. E’ molto raro trovare oggi un ragazzo di quella età che abbia avviato in autonomia una attività. Certo i tempi sono diversi, ma oggi i ragazzi studiano più a lungo, entrano più tardi nel mondo del lavoro, si sposano e mettono su famiglia dopo i trent’anni. Questo processo di crescita e maturazione più lento lo si percepisce anche in palestra. Da questo punto di vista lo sport assume una importanza maggiore, perché garantisce alle famiglie un percorso di crescita protetto: se i ragazzi studiano, vengono in palestra quattro sere a settimana ed il sabato giocano la partita, difficilmente trovano il tempo per altro».
Cosa è lecito aspettarsi a questo punto per i prossimi trent’anni?
«Non si possono fare previsioni così a lungo periodo. Diciamo che anche il prossimo anno giocheremo un campionato di serie B e lo faremo ancora una volta con i ragazzi che sono nati e cresciuti pallavolisticamente nella Stadium». What else?
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