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Boni: «Un addio pieno di amarezza»

Boni: «Un addio pieno di amarezza»

Il coach lascia Castelfranco dopo 6 anni: «Credevo d’essere ancora importante...»

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Si sono separate le strade fra Guido Boni e il Castelfranco.

Dopo 6 anni questo divorzio: come mai?

«Il motivo ufficiale è una proposta economica irricevibile da parte mia della società».

C’è amarezza nella chiusura di questo lungo matrimonio oppure si era arrivati comunque alla fine di un ciclo?

«L’amarezza da parte mia per questo epilogo è grandissima. Avevamo voltato pagina, stavamo costruendo un gruppo interessante, la società era in pieno sviluppo e mi sentivo “a casa”. Pensavo di essere un riferimento per poter crescere ulteriormente. Ma mi sbagliavo».

Qual è stato il collante che vi ha tenuto assieme 6 anni?

«Una grande spinta me l’ha data la mia grande passione per questo sport. Questa passione è stata ben interpretata dalla vecchia dirigenza che mi ha dato la possibilità di intraprendere un percorso così lungo».

Sono stati anni di molte gioie e pochi dolori.

«Sono arrivato a Castelfranco ammaliato dall’idea della fusione con Piumazzo che avrebbe permesso la creazione di un polo cestistico interessante. La realtà ha poi voluto che mi sia trovato all’interno della “tempesta perfetta”, una fusione saltata che ha portato questa storica società ad un passo dalla scomparsa. Se si è usciti da questa tempesta in piedi è solo merito di un gruppo di ragazzi che ha creduto in un sogno. Sono poi seguiti quelli che credo si possano definire i migliori anni di sempre per Castelfranco e forse anche del sottoscritto. Una promozione in C Gold dopo una cavalcata entusiasmante e i play off per salire in B che sono stati il culmine di una stagione giocata meravigliosamente. La necessità di dover rifondare la squadra, unitamente ai problemi della presidentessa Mazza, che l’hanno portata ad un progressivo allontanamento dalla palestra, hanno fatto sì che siano arrivate una sfortunata retrocessione e una faticosa salvezza. Poi, l’estate scorsa, il cambio ai vertici ed il ritrovato entusiasmo che ci aveva riportato in vetta al nostro campionato».

Qual è la cosa di va più orgoglioso in questo cammino?

«Senza dubbio i due anni che ci hanno visto vincere la C Silver e fare i playoff per salire in B. Si era creato un gruppo molto unito col quale era facile e piacevole lavorare in palestra. I risultati sul campo erano la diretta conseguenza della qualità altissima del lavoro che si riusciva a fare».

E quale rammarico (se c’è) ha lasciato irrealizzato?

«Due in particolare: la retrocessione dalla Gold alla Silver del 2015/16 dove fra mille infortuni di una squadra rinnovata abbiamo sfiorato una salvezza che sarebbe stata meritata. Il secondo è questo epilogo, mi sentivo all’inizio di un cambio di direzione e mi sarebbe piaciuto portare avanti il lavoro iniziato perché le basi poste mi sembravano importanti».

La società ha vissuto di recente un passaggio societario storico, pensa di avere contribuito a traghettare il club in questa nuova era?

«Penso che se oggi Castelfranco è una società di un certo tipo è anche perché ho messo tanto di mio in questi 6 anni di lavoro. La vecchia dirigenza mi diede carta bianca sul come strutturare l’attività societaria. Per 3 anni ho ricoperto il ruolo di allenatore/direttore sportivo della prima squadra e responsabile del settore giovanile. Quando mi sono reso conto che la famiglia aveva esigenze che non potevo trascurare, ho lasciato il pallino del settore giovanile e ho portato a Castelfranco Matteo Ansaloni che è tutt’oggi il responsabile. Nel frattempo sono stato affiancato come dirigente accompagnatore da quello che poi è diventato il presidente, Andrea Berti. E’ in questi tre anni di confronto che era emersa la necessità di un cambio di direzione per poter far crescere la società. L’estate scorsa, al rinnovo delle cariche, è arrivato il cambio al vertice voluto dalle componenti tecniche. È legato a me anche l’ingresso in società di Alessandro Poggi che è colui che tanto bene ha lavorato per creare un’immagine nuova alla società e per avvicinare alla stessa il tessuto imprenditoriale della città».

Come vede lo stato di salute del basket modenese?

«Il basket Modenese di provincia continua a fare il suo. Castelfranco, Vignola, Piumazzo, Mirandola e Carpi continuano a fare il loro con alti e bassi. Quello che manca veramente è il Basket della città di Modena. Ci siamo fermati alla Pallacanestro Modenese che ha chiuso i battenti a metà del primo decennio degli anni 2000. La stessa PSA, ha fatto la Gold negli ultimi tre anni, con un’avventura nata per far giocare i modenesi e ha finito questa stagione con due stranieri e solo giocatori di fuori Modena in campo. Penso che Modena meriti molto di più».

Dove andrà il prossimo anno Guido Boni?

«Nessuna società si è fatta avanti e quindi aspettiamo che qualcosa si muova».(f.mor.)

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