Gazzetta di Modena

Sport

Cisco Egidi e il volley che non esiste più

Davide Berti

Dopo quasi 40 anni da tecnico (e una grande carriera da giocatore) non sarà in panchina «Tutti quelli che ho allenato sono miei figli, come fece Anderlini con me. Ma io ero pazzo...»

4 MINUTI DI LETTURA







Se fosse un personaggio della letteratura sarebbe il burbero benefico. Da una parte le sue urla autoritarie, dall’altra la sua innata simpatia, legate da una competenza che in pochi possono vantare: Francesco “Cisco” Egidi ha cresciuto mezza Modena pallavolistica.

Merito del suo talento da giocatore, della sua costanza da allenatore, del suo rapporto diretto e schietto fondato prima di tutto sul rispetto. Se hai avuto la fortuna di incontrarlo in palestra nella tua metà campo, ti avrà lasciato sicuramente qualcosa di bello che ricordi ogni volta che prendi in mano una palla da pallavolo. Per la prima volta dopo quarant’anni di panchina (molti di più se ci sommiamo anche quelli da giocatore), si godrà una stagione da fuori. Seduto nel rigoglioso giardino del suo buen retiro alle porte di Modena con la moglie Bruna e gli inseparabili cani Susy ed Ettore, riavvolge il nastro. La seria A, la nazionale, la panchina, gli anni del Menegola... Ne ha per tutti.

Nostalgia?

«No, nessun rimpianto sul campo».

E fuori?

«Uno sì: aver dedicato poco tempo alla famiglia».

Un vagabondo del volley?

«Se pensate a quanto poco sono stato a Modena - maglia Minelli - e quanto tempo ho trascorso fuori. Palestra e hotel, palestra e hotel... Ho rinunciato a tanto. Ma ero contento di farlo perchè mi consideravo un privilegiato».

Un ricordo?

«La maglia della nazionale: una magia e qualche diversità di vedute coi “vecchi” dell’epoca che avevano poca voglia di mettersi in gioco. Per me la pallavolo era vita».

Lo è ancora?

«Sì, e lo rimarrà, ma quei tempi non torneranno più. So che Dio mi ha dato delle gambe fenomenali che mi hanno fatto fare una bella carriera, ma ora si sta riprendendo indietro qualcosa con tutti questi acciacchi... Però...».

Dica.

«Però se questo prato - e mostra il giardino di casa - spesso si riempie di amici per serate in compagnia è merito della pallavolo».

Quella di ieri o quella di oggi?

«Quella di oggi non mi piace come un tempo. Si privilegia solo la forza. Ma la tecnica dov’è finita? Spero che qualcuno la insegni ancora come una volta».

A lei chi l’ha insegnata?

«Il prof. Adriano Guidetti non aveva rivali. La palla non doveva mai cadere, potevamo toccarla solo coi polsi. Lo guardavamo allibiti, poi abbiamo capito: sentivamo la palla come nostra. E per farmi schiacciare col braccio alto mi legò un tubo al braccio».

Risultato?

«Passavo sopra», ride.

Oggi cosa non le piace?

«Il libero. Tutti dovrebbero sapere difendere. Oggi è una rarità. È un miracolo se qualcuno fa la copertura».

Ci sarà qualcosa di buono.

«Quando vedo il talento mi illumino. Ngapeth è un grande talento pallavolistico, ha colpi da fuoriclasse ma una testa che non ha nulla a che vedere con quella di un campione».

Come deve essere un campione?

«Deve essere l’esempio per tutti, dentro e fuori dal campo. Io sono un romantico in questo senso».

Però è stato anche giocatore, e da quanto risulta non proprio facile da allenare...

Ride: «Certo, io ero matto. Ma un matto buono. E comunque per me valeva una regola che poi ho fatto mia negli anni: rispetto, quello non deve mai mancare. Puoi essere scarso o fenomeno, ma il rispetto viene prima di tutto. La palestra, quando ci si allena o si gioca, è come una chiesa».

Chi è riuscito ad addomesticarla?

«Il prof. Franco Anderlini». Gli occhi luccicano: «Ero il suo figlioccio. Suo figlio Fabrizio, quando il papà morì, mi portò tutta la sua collezione di pipe , spillette, cimeli. Li ho ancora nella tavernetta».

Si aprono le porte dei ricordi. Album e trofei, foto e ritagli.

«Qui c’è tutta la storia del Menegola. Sono stato fortunato anche qui: il comandante dei vigili del fuoco Gabriele Golinelli - era il 1980 - mi lasciò crescere il gruppo sportivo. La squadra dei pompieri, quella delle figlie dei pompieri... Nacque un movimento che fece storia».

E lei spesso in panchina: solo lì e in quella veste 12 promozioni. Meglio allenare gli uomini o le donne?

«Mondi diversi, attenzioni diverse. Oggi li considero tutti miei figli».

Sfoglia le foto, dai gruppi del minivolley alla serie C: ricorda ogni cognome?

«Sì».

È sempre stato fissato coi palleggiatori.

«Certo, è il ruolo che decide. Lì ci deve essere tutto».

Ne scelga due.

«Tra gli uomini Paolo Bigarelli: due belle mani, poi mi fermo...». Ride.

E tra le ragazze?

«Luisa Cammarata, aveva qualcosa in più».

Chi le manca di più?

«Ernesto - Ferraguti, patron di Volleyball - un amico che non c’è più».

Un consiglio tecnico a chi comanda?

«Alzare la rete: soprattutto il 2,43 degli uomini è anacronistico».

E uno ai ragazzi e alle ragazze che oggi si avvicinano a questo sport?

«Oggi purtroppo non è più come una volta, si fa più fatica ad allenare. Ai ragazzi dico: lasciate il cellulare in spogliatoio, se per due ore non mettete un “mi piace” non succede nulla. Provate a divertirvi con un pallone...».

Cisco, anche se non è più in panchina, quel pallone non lo mollerà mai. —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google