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Ferrario, il bomber cresciuto alla corte dei “diavoli” del gol

Claudio Romiti
Ferrario, il bomber cresciuto alla corte dei “diavoli” del gol

Sheva e Inzaghi i sui idoli nel Milan, ha raggiunto quota 10 e segna in tutti i modi

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MODENA Ha un nome che fa tanto Casa Savoia, nella quale Carlo Emanuele ricorre per diversi sovrani. E Carlo Emanuele Ferrario a suo modo è un re pure lui. Anche se i suoi possedimenti sono territorialmente più piccoli e corrispondono alle aree di rigore avversarie, nelle quali regna, spesso con piglio da sovrano assoluto. Nel senso che tutti i palloni che entrano nel suo regno li pretende per sé. Un numero nove di maglia e di fatto, il centravanti gialloblù, che domenica scorsa è arrivato a quota dieci reti, la famosa doppia cifra obiettivo minimo di tutti gli attaccanti che si rispettino. Dieci gol in 16 giornate, in due delle quali non è sceso in campo e in altre due ha giocato solo un ventina di minuti, sono un bottino importante. Messo insieme in tutti i modi possibili: ha segnato cinque volte di destro, due di sinistro, due di testa e uno su rigore. In pratica ha usato quasi tutte le parti del corpo consentite dal regolamento, infatti gli manca solo di segnare con la parte meno nobile, ma per uno che si chiama Carlo Emanuele forse sarebbe troppo… A sottolineare il peso dei suoi gol non è soltanto il totale, ma sono soprattutto i momenti in cui li ha insaccati. Con Oltrepovoghera ha firmato la rete della vittoria (2-1), idem con Ciliverghe (1-0), mentre con Axys Zola ha sbloccato dopo 40’ uno 0-0 fastidioso, poi ne ha fatti altri due chiudendo il match già al 61’. Con Crema ha consolidato il successo (4-2) col quarto gol, con Classe (2-1) ha pareggiato, con la Reggiana ha scritto l’1-0 e con Pergolettese (2-1) ha sbloccato dopo un quarto d’ora. Finora in carriera è a quota 137 gol, niente male per un ragazzo che, come ricordava in un’intervista all’inizio del 2018, è stato nel settore giovanile del Milan, collezionando anche alcune panchine con la prima squadra. Era l’epoca in cui in rossonero giocavano Inzaghi e Shevchenko e, viste le sue caratteristiche, è evidente che in quel periodo qualche segreto, soprattutto al primo, deve averlo rubato. E probabilmente Carlo Emanuele vedeva proprio in Pippo Inzaghi, anche per affinità morfologiche, il modello a cui ispirarsi: la rapidità di pensiero e di esecuzione nelle aree avversarie è la stessa. Così come l’effetto letale per le squadre avversarie. —

Claudio Romiti

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