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Ma non sarà calcio: sarà un calcio ai diritti e all’etica

STEFANO TAMBURINI ;

Un clamoroso autogol delle istituzioni Il pallone svende la sua faccia per denaro 

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IL COMMENTO

STEFANO
TAMBURINI


No, a Gedda non sarà calcio. Quello di oggi sarà un calcio ai diritti e all’etica. La sfida di Supercoppa italiana è molto più di un autogol delle istituzioni sportive e politiche: è la valuta che offusca i valori. Per 30 denari (lo 0,3 per cento del fatturato Juve, lo 0,7 per il Milan) il calcio svende molto più della sua faccia e lo fa nel modo peggiore, tentando di contrabbandare la scelta per qualcosa di etico, per una promozione di riforme, dimenticando che siamo in una terra di diritti negati e violati, di omicidi di Stato e di terrore.

Ci si è soffermati molto, in questi giorni, solo su uno dei tanti motivi che ci sarebbero per non andare: quello della “segregazione”, oggi solo parziale, delle donne. Sì, certo: fino a un anno fa non potevano andare allo stadio, adesso solo in alcuni stadi ci sono settori “misti”. È un piccolo passo, ma solo aver accettato questa divisione sugli spalti ha sancito un principio inaccettabile: le regole le fa chi mette i soldi. Senza contare poi la propaganda al limite della disinformatija alimentata dalla Lega calcio, che ha usato come paravento le regole di un Sistema Italia che fa affari d’oro con questo regime, dettate da governi (non solo quello in carica) che permettono di vendere ai sauditi le bombe per fare stragi, anche di bambini, nello Yemen. Qui tutti danno la colpa ad altri: Milan e Juventus alla Lega calcio, la Lega alla politica. È il festival del “non spetta a me”.

Per questo sono inaccettabili le foto festanti di giocatori in abbigliamento saudita con il commento «paese che vai usanza che trovi». Come si possono chiamare “usanze” i diritti negati senza chiedersi quante donne e quanti attivisti sono in carcere, quanti bambini soldati sono stati arruolati dal regime? La scelta di giocare a Gedda è di luglio, la politica si è svegliata tardi e con la coscienza sporca. L’Arabia Saudita non è solo un Paese di diritti negati alle donne, è un regime che massacra il popolo. Lo scorso 2 ottobre Jamal Khashoggi, giornalista critico con il regime, è entrato nel consolato saudita a Istanbul e da lì non è mai uscito: è stato ucciso, fatto a pezzi e sciolto nell’acido. Di questo gli esponenti delle istituzioni saudite che si sono fatti intervistare anche ieri non hanno voluto parlare. E così i riflettori sono finiti solo sulla parziale apertura alle donne. No, non c’è solo quello. A Gedda, appena un anno fa un blogger è stato condannato a mille frustate: ha subìto le prime 50 in pubblico ed è ancora in galera.

No, non si può accettare. Questa storia è molto peggio del Mondiale del 2022 da giocare in Qatar, Paese scelto in base a un festival della corruzione dalla Federcalcio mondiale. Anche lì ci sarà da discutere: per costruire stadi e infrastrutture sono morti già più di duemila operai in semischiavitù. Ma oggi è peggio, perché la decisione di giocare in Arabia Saudita è solo nostra. Roger Federer, ad esempio ha saputo dire no: «Lì, io non ci gioco». Volendo si poteva fare. Anche senza essere campioni, bastava essere umani.—

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