Stati Uniti e Italia nel segno di Erika Ritirata la maglia #16 della Piancastelli
La modenese e punto di forza della nazionale sempre protagonista «Non ci potevo credere. Sono onorata di questo riconoscimento»
C’è una stella che brilla nel cielo della Louisiana e quella stella è tutta italiana ha un nome e un numero: Erika Piancastelli #16. Il capitano della nostra Nazionale ha lasciato il segno nella storia del softball universitario americano e nei suoi 4 anni alla McNeese State University ha sbriciolato qualsiasi tipo di record, superato l’asticella di ogni livello precedentemente fissata: ufficialmente entrata nel mito.
La squadra di softball della McNeese University di Lake Charles in Louisiana, ha ufficialmente ritirato la sua maglia numero 16 chee adesso campeggia come una gigantografia sul muro degli esterni del Joe Miller Field.
«Quando mi hanno comunicato che avrebbero avuto l’intenzione di ritirare la mia maglia ero in Italia, era sotto Natale. Ho ricevuto una telefonata nella quale mi hanno chiesto se avessi idea di quando sarei stata di nuovo negli Stati Uniti perché avrebbero avuto l’intenzione di ritirare la mia maglia e quando ho risposto, sentita questa domanda, mi sono messa a ridere e ho detto: dai non prendetemi in giro. Invece era tutto vero. Anche se la notizia mi ha lasciato a lungo sorpresa, quasi scioccata».
Lo stupore, come si vede anche dal video ufficiale realizzato il giorno della cerimonia si è trasformato anche in emozione. In tutta la sua spontaneità Erika Piancastelli, dopo i discorsi del suo allenatore e gli abbracci ricevuti da tutte le ex compagne, prima di iniziare il discorso di ringraziamento, non ha saputo trattenere le lacrime, di gioia e ringraziamento: «Sì, è stato un momento realmente molto emozionante. Mi hanno fatto davvero molto piacere le bellissime parole che tutti hanno speso per me e non sono riuscita a non piangere. Ho avuto notevoli difficoltà a fare il mio discorso. Sono molto orgogliosa di queste testimonianze e anche di ciò che ho fatto nei quattro anni con le Cowgirls e sono stata molto onorata di questo riconoscimento».
Qual è il ricordo più felice di questi quattro anni?
«Certamente il torneo di Southland nell’ultimo anno. Avremmo dovuto vincere due volte contro la squadra che ci è stata davanti per tutta la stagione per accedere ai Regionals. La prima partita l’abbiamo vinta con una mia valida e nella seconda partita, quella decisiva, sotto di un punto a inizio settimo inning, ho pareggiato io con un solo-homer e dopo di me con un bunt e una valida abbiamo conquistato la vittoria: è stato un momento indimenticabile. In realtà è tutto il percorso universitario di questi quattro anni che è vivido nella mia mente. Ogni singola giornata vissuta con le mie compagne, ogni singola trasferta che abbiamo affrontato, ogni singolo episodio mi rimane nel cuore».
C’è qualcuno in particolare che devi ringraziare per questo tuo percorso fantastico, costellato di ben 20 record?
«Ringrazio tutti indistintamente: i miei professori, i miei allenatori, le mie compagne, la mia famiglia. Senza di loro non sarei riuscita a ottenere tutti questi record. Anche se, sinceramente, non è che quando ho iniziato il College mi fossi prefissata di giocare per ottenere dei record: i record sono arrivati pian piano, perché tutta la squadra, iniziando ovviamente dal mio allenatore (James Landreneau), mi hanno messo nelle condizioni di esprimermi al meglio in ogni occasione, anche quando non ero in piena fiducia. Il mio allenatore è stato il mio primo tifoso, lui ha saputo darmi ottimi consigli tecnici, soprattutto sul giro di mazza, ed è stato bravissimo anche dal punto di vista psicologico».
E adesso che ti hanno definito “mito” succede?
«Erika, alla domanda sorride e si schernisce. Chi la conosce sa che non ritiene di essere diventata un mito, ma con la consueta modestia risponde ugualmente: «Adesso che sono diventata un mito (e ride), mi sto concentrando tantissimo sulla Nazionale. La nostra preparazione i nostri allenamenti dovranno avere un unico focus: il challenge in estate, che sarà molto impegnativo, ma che potrebbe riservarci delle emozioni incredibili».
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