Vettel, è giunta l’ora «La mia Ferrari vuole avviare la risalita Mercedes, attenta»
F1. Sul circuito di Montreal iniziano le prove per il Gp del Canada Il tedesco cancella tutti i dubbi: «Io non penso affatto a ritirarmi»
l’intervista
Primo, smettetela di dire che si ritira. «Ho una missione: vincere con la Ferrari». Sebastian Vettel giura fedeltà alla causa. I malumori, l’aria scocciata, la delusione per i risultati avevano insinuato il sospetto che la sua carriera, dopo quattro Mondiali vinti, fosse a un capolinea. «Falso, mai detto nulla del genere» si racconta dalle rinnovate terrazze vip del circuito di Montreal, due piani sopra i box.
Le è piaciuto il restyling dell’autodromo?
«Mi piacevano di più i tendoni, perché sembrava di essere in campeggio». Se non gliel’hanno scritta, è una battuta perfetta per alimentare il dualismo con Hamilton sempre più incollanato, tatuato, cool. Mentre uno frequenta i party di Manhattan, l’altro pensa ai picchetti per montare una canadese.
Che cos’è questa storia di un addio a fine stagione?
«Posso ritirarmi quando mi pare, così come il team è libero di cacciarmi quando vuole. Però io sono contento della Ferrari e spero che la Ferrari sia soddisfatta di me. Ho fame di successi».
Dove trova la motivazione, anno dopo anno?
«Penso a vincere con questa macchina rossa».
Solo questo?
«Le pare poco?».
Avolte non sembra entusiasta.
«Non so chi lo dica, ma non mi sembra corretto giudicare una persona se non la si conosce da vicino. Se scendo dalla macchina senza aver trovato il giusto feeling alla guida, probabilmente sembrerò scontento. Se finisco una gara senza il risultato che meritavo, di nuovo non sarò felice. Quest’anno non ne ho vinta una, l’obiettivo alla fine è quello: se lo fallisci, ci sarà qualcuno che sorride più di te».
Il primo giorno di test in Spagna lei lo definì quasi perfetto. Che cosa è successo da lì in avanti?
«Le condizioni erano diverse, il clima più freddo. Conosco bene Montmelò e ho dei riferimenti precisi in testa: la macchina rispondeva benissimo. A Melbourne abbiamo cominciato a faticare. Abbiamo capito i punti deboli della macchina, la sfida è correggerli. Inutile girarci intorno: abbiamo tre gare per tornare a battere la Mercedes. L’arbitro sarà il cronometro».
Essere in ritardo in classifica porta più rischi?
«Dipende. Rischi ne prendo sempre. La Mercedes è più forte però non è sufficiente un copiaincolla o una mano di vernice grigia per diventare altrettanto veloci».
Ha senso pensare ancora al campionato?
«Il campionato è lungo, io ora penso al Gp del Canada».
Più a lungo termine?
«Sogno sempre di vincere il titolo. Ma non è questo l’aspetto rilevante: il primo passo è ottimizzare i risultati di ogni gara. Esistono aree in cui siamo deboli e su cui stiamo lavorando».
Montreal è favorevole?
«Come tracciato sì, esalta nostri punti di forza, ma l’asfalto è molto liscio: più difficile scaldare le gomme. Mi aspetto un buon weekend.
Cosa chiede alla Ferrari? La squadra che cosa si aspetta da lei?
«Sappiamo che cosa aspettarci: il massimo».
Marchionne disse che Vettel è un pilota tedesco con un carattere latino.
«Il passaporto è una cosa, il carattere un altro. Le emozioni sono parte della vita. Se non amassi il mio lavoro, non vedreste reazioni. Invece, se le cose vanno male mi arrabbio parecchio».
Leclerc ricorda il Vettel al debutto in Red Bull?
«Non è corretto fare confronti, ognuno è diverso».
Come ha reagito alle critiche ricevute nel 2018?
«Dipende da chi critica. Chi ti sta vicino sa, gli altri? Se uno ti incrocia in aeroporto e ti dice che i tuoi occhiali sono orribili, chissenefrega».
A che punto della carriera ha deciso di salire in Ferrari?
«Quando ero bambino facevo il tifo per Schumacher e la F1 era un sogno così bello e lontano... Quando ho debuttato non avevo nessuna ambizione, già ero entusiasta dell’ambiente in cui mi trovavo. La Red Bull mi ha dato la possibilità di entrare in F1 di vincere gare e poi campionati. Nel 2014 ho capito che c’era di più e ho sentito che era il momento di cambiare».
Qual è il suo ultimo ricordo di Schumacher in pista?
(lunga pausa) «Quando ho gareggiato con lui è stato speciale. Però sono stati momenti che non ho apprezzato abbastanza. Solo quando perdi una cosa ti rendi conto del suo valore. Continuo a pregare per lui: è un amico, è stato un idolo. Suo figlio Mick cresce molto bene. La tristezza è che il padre non possa vederlo: ne sarebbe orgoglioso». —
Stefano Mancini
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