Universiadi, Ansaloni e l’azzurro 60 anni dopo
L’ex atleta caldeggia un gemellaggio tra le vecchie glorie modenesi e la squadra protagonista a Napoli da mercoledì
«Ricordatevi sempre di divertirvi». Luciano Ansaloni è stato componente della delegazione modenese alle prime Universiadi. Era il 1959 e si gareggiava a Torino. Sessant’anni e ventinove edizioni dopo, l’ex atleta azzurro sta organizzando uno "Stargate" con i modenesi che parteciperanno alla rassegna che partirà dopodomani a Napoli. Da associato dell’Unione Veterani Sportivi di Modena ha domandato alla Federazione l’elenco dei partecipanti modenesi per un summit tra generazioni. «
Ci hanno detto che avrebbero mandato l’elenco finite le gare – sottolinea lo sportivo – ma intendiamo sollecitarli. Già abbiamo fatto una ricerca per ritrovare i partecipanti modenesi alle Universiadi di Torino, tra cui i pallavolisti Mazzi, Tenti, Tedeschi e Federzoni». Dal Piemonte alla Campania, dalla Cortina di ferro ai social i tempi sono cambiati, ma lo spirito con cui i giovani si presentano in pista può essere lo stesso. «Se uno si diverte ottiene comunque un risultato – riconosce Ansaloni – mentre se non si diverte c’è sempre qualcosa che stride. Se fai sport ridendo e scherzando ti diverti anche perdendo. A volte, è più importante saper perdere anziché saper vincere. Meglio dire “Ho perso è andata bene” piuttosto che “Ho perso, allora mi butto dalla finestra”». Non che l’Italia di cui ha fatto parte nel 1959 lo sportivo nato e cresciuto nella Fratellanza perdesse molto. Con 18 ori, 10 argenti e 10 bronzi gli azzurri vinsero la rassegna davanti a due colossali selezioni come Urss (11-8-5) e Germania Ovest (6-9-10). «A Torino mi sono reso conto della differenza che c’era tra noi e altri Paesi – prosegue l’atleta – a partire dai materiali. È come se noi andassimo in bici e loro in aereo. Era differente tutto: il martello, le divise, i guanti. Al loro confronto eravamo bambini». Bambini con una gran voglia di giocare e divertirsi. «Avevo iniziato a gareggiare due anni prima in Fratellanza – ricorda Ansaloni, fratello dell’ex presidente della società Serafino – e avevo la fortuna che a 17 anni gareggiavamo con martelli da sette chili, non con quelli piccoli come fanno adesso. Il 1959 è stato per me un anno di frontiera. Avevo vinto un titolo italiano con il lancio del peso ed ero arrivato secondo con il martello. Avevo iniziato a lavorare come perito elettronico. Gareggiavo soprattutto con il martello e il peso, ma ho sempre fatto quello che quasi tutti facevamo a quell’epoca: non partecipavamo a una gara, ma a tante gare. Per esempio, passavamo dai 110 ostacoli al salto con l’asta, dal martello al salto in lungo». Una differenza che Ansaloni sottolinea volentieri, ma senza volersi per questo definire un atleta più completo dei colleghi più giovani. «Non ci applicavamo sei, sette, financo dieci volte alla settimana – prosegue Ansaloni – mentre noi ne facevamo due o tre e ci si divertiva. Per un’ora ci applicavamo a una disciplina, tipo il peso o il martello per me; per un’altra ci dedicavamo tutti alla stessa gara». Difficile dire quale modello fosse migliore. «Forse era meglio allora – conclude – ma adesso lo sport è diventato un lavoro. Ben venga allora che i giovani abbiano la possibilità di emergere e di guadagnare». —
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