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Scariolo e i segreti della Spagna «Cura dei giovani e tanti impianti»

Giorgio Viberti
Scariolo e i segreti della Spagna «Cura dei giovani e tanti impianti»

Il coach dopo l’Nba si è preso il Mondiale di basket: «Come alleno i big? È merito di mia moglie»  

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L’INTERVISTA

Giorgio Viberti

Buona parte del merito dell’oro vinto dalla Spagna al Mondiale di basket è del ct Sergio Scariolo, 58enne bresciano, cresciuto tecnicamente in Italia (portò Pesaro allo scudetto nel 1990) ma affermatosi poi all’estero, soprattutto in Spagna (Vitoria, Real, Malaga), per due anni in Russia (Khimki) e infine in America, dove ha appena centrato il titolo Nba con i Toronto Raptors come vice di coach Nurse. In mezzo anche il temporaneo ritorno in Italia, a Milano, che però dopo meno di un anno e mezzo lo costrinse a fare le valigie.

Scariolo, si sente più italiano, spagnolo, americano o... cittadino del mondo?

«Non sento l’ansia di appartenere per forza a un Paese o una cultura. Credo che si possa crescere, sportivamente ma anche culturalmente e affettivamente, assimilando più sensi di appartenenza a nazioni diverse. Anzi, è più bello».

Eppure ci saranno differenze importanti tra Italia, Spagna, Russia, Canada e Usa, o no?

«Certo, molte, ed è bello confrontarsi con tutte le diversità, cercare di assimilarle e farle proprie, rubarne i segreti, adattarsi e magari a volte anche proteggersi».

Quale le è più congeniale?

«La Spagna è molto vicina al mio modo di vivere e pensare».

Lei ha sposato una donna spagnola, l’ex stella del basket Blanca Ares. Ora vive a Toronto: tornerebbe ad allenare in Spagna o in Italia?

«Certo, in Spagna e in Italia mi sono sempre trovato bene, ma anche a Toronto ho tutto quello che mi serve e mi piace, compresi i miei cari. Il Canada è un Paese molto organizzato ma un po’ più flessibile ed “europeo” rispetto agli Usa».

Che cosa è stato più importante nella crescita di Scariolo uomo e coach?

«L’umiltà, di sicuro, e il lavoro. L’ho imparato solo con gli anni e mi è servito molto».

All’inizio la chiamavano il Pat Riley italiano per la brillantina sui capelli, l’eleganza nel look e certi comportamenti un po’ egocentrici. Esiste ancora quello Scariolo?

«Se nello sport e dallo sport non impari a essere umile, non vai da nessuna parte. Ho messo da parte il mio ego, ma il gel mi serve solo per tenere fermi i capelli, davvero!» e sorride...

Ora il suo sogno, non realizzato da Messina, è diventare capo coach nella Nba?

«Nessuna ansia, e comunque credo di essere già un po’ vecchio per riuscirci».

La Spagna ha vinto il Mondiale ma dopo aver sofferto molto contro l’Italia, che poi invece ha deluso. Perché?

«Non credo esista Paese al mondo che curi con attenzione, competenza e mezzi i propri giovanissimi come fa la Spagna, che non solo ha impianti enormi per l’attività di vertice, ma anche magnifiche strutture di base. In Italia purtroppo non è così. È un problema sportivo, ma anche politico e culturale. Poi il carattere, la dedizione al lavoro e la voglia di arrivare degli spagnoli sono ormai proverbiali».

Sono le stesse doti che hanno permesso a suo figlio Alessandro di vincere poche settimane fa l’Europeo U18 di basket con la Nazionale spagnola?

«Spero di sì. Da ragazzo ha saputo gestire due cognomi pesanti, io gli dicevo solo di fare quello che gli piaceva ma di farlo bene, come quando io misi nel cassetto la laurea in Legge per allenare. Andrà a giocare al Manhattan College di New York».

E mamma Blanca come ha contribuito ai successi di marito e figlio?

«È stata decisiva. Solo grazie a lei ho imparato a capire e gestire una stella del basket, come era lei. Mi ha insegnato a capirne la psicologia e i comportamenti rendendomi un tecnico migliore». —

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