Federico Buffa al Palapanini: «Giorgio Squinzi vero mecenate»
Stasera in scena "Il rigore che non c'era", spettacolo con storie di uomini e di sport
MODENA. “Il rigore che non c'era”, lo spettacolo teatrale che lo storyteller più famoso d'Italia Federico Buffa sta portando in tournée da oltre un anno, farà tappa a Modena stasera al Palapanini. «Ci sono luoghi e persone che non puoi non celebrare: reciteremo nel tempio della pallavolo, a Volley City, un omaggio al Cavalier Panini verrà sicuramente inserito nella trama», spiega il popolare volto di Sky Sport. Trama che si dipana nell'atmosfera surreale di una fantomatica radio notturna dove incontriamo un pianista, Alessandro Nidi e un sedicente speaker Marco Caronna (coautore e regista della pièce) che fanno di tutto per non far capire a Buffa di essere approdato in un luogo dal quale non si può tornare indietro, inanellando una serie di racconti delle vite di personaggi che hanno fatto la Storia nei propri ambiti: da Muhammad Alì, ai Beatles, da Billie Holiday a Garrincha, solo per citarne alcuni. Da quella porta dalla quale si entra e non si può uscire, da pochi giorni è passato Giorgio Squinzi, il patron del Sassuolo, grande imprenditore e persona encomiabile. Un suo ricordo. «Ci sono degli imprenditori che hanno delle caratteristiche diverse da altri, l'essere un imprenditore illuminato è una delle poche cose rassicuranti del nostro Paese, Giorgio Squinzi era uno di essi. In più quando un imprenditore investe nello sport e non si limita ad avere notorietà attraverso questo suo investimento, ma vuole che lo sport abbia un valore differente tanto da diventare un modello, proprio come lo è il suo Sassuolo (che ha avuto la sola sfortuna di non poter giocare la massima serie nella propria città), è l'evoluzione del mecenatismo. Era evidente che Squinzi aveva anche un enorme talento nel circondarsi di persone molto valide per concretizzare questa sua visione di sport e di stile di vita. Era un imprenditore chiaramente ispirato da Berlusconi e purtroppo il suo sogno di comprare il Milan rimarrà tale, "costringendo" il Diavolo a passare in mani, molto probabilmente, ancora straniere». È ancora la storia di Elis Regina la sua preferita o a forza di recitarla qualche altra ha attratto il suo favore? «No, no, è ancora lei, con quella performance leggendaria in cui la cantante brasiliana sfidò la dittatura militare che mise fine al governo di Goulart. Regime che durò 21 anni e, anche se forse è meno noto di quello cileno o argentino, fu altrettanto traumatico per la storia del Brasile». La trama si basa sulla narrazione della realtà controfattuale, quella basata sul "cosa sarebbe successo se...". Cosa sarebbe successo se George Best non fosse stato alcolizzato? «Se non fosse stato così bello, non avremmo sentito parlare di Pelè, per citarlo. Senza questa maledizione a cui l'alcol l'ha condannato non sarebbe stato così affascinante». Se non fosse arrivata Yoko Ono? «Credo che inquieto com'era, John Lennon avrebbe lasciato ugualmente i Beatles, magari a fianco ad un'altra donna, ma la scissione dei Fab Four era inevitabile». Se Lionel Messi fosse nato senza la malattia genetica che l'ha condizionato sin da bambino? «Non sarebbe mai stato così forte. Messi ha fatto una cosa che nessuno nel calcio era stato in grado di fare prima di lui e cioè correre ai 20 all'ora toccando la palla così tante volte. Nessuno lo sa fare così bene. Sono convinto che Nesta si sia ritirato in anticipo perché ha giocato troppe volte contro di lui e troppe volte l'ha fatto impazzire». E cosa sarebbe successo se Federico Buffa avesse fatto l'avvocato? «Sarebbe stato un disastro sia per me personalmente che per la professione in senso lato».
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