Il muro delle due ore esalta il prof. Gigliotti «Impresa strepitosa ma la gara è diversa»
L’uomo che ha allenato gli atleti azzurri più vincenti sui 42 chilometri non si sorprende: «Avevamo ormai capito che ci si poteva arrivare»
l’intervista
Il muro delle due ore si è infranto. Il 12 ottobre 2019 l’uomo ha corso per la prima volta la maratona sotto le due ore. L’impresa stratosferica firmata da Eliud Kipchoge sabato mattina al Prater di Vienna spalanca scenari affascinanti sul futuro della maratona, perché in quei 20 secondi con cui l’extra terrestre keniano ha abbattuto il limite delle due ore sui 42 chilometri e 195 metri della maratona c’è molto di più di quello che il cronometro riesce a dire. Ne abbiamo discusso a caldo con il professor Luciano Gigliotti, uno dei più autorevoli esperti in materia a livello italiano ed internazionale, allenatore di Stefano Baldini e Gelindo Bordin, per citare due mostri sacri.
1h59’40”: cosa c’è dietro questa sequenza di cifre?
«C’è un’impresa straordinaria di un fenomeno assoluto, un fuoriclasse che ha rivoluzionato per sempre la storia della maratona. Al di là del fatto che il crono non sia omologabile, resta tutta la portata di una prestazione assolutamente stratosferica, storica».
L’uomo ora sa di poter correre sotto le due ore in maratona: succederà anche in gara?
«Avevamo da qualche anno il sentore che il muro fosse destinato a cadere. La generazione attuale di maratoneti keniani ed etiopi ha potenzialità sensazionali e Kipchoge era l’uomo perfetto per compiere l’impresa per primo: ha corso 12 delle sue 13 maratone sotto alle 2h05’, ha vinto l’Olimpiade e, dopo aver sfiorato le 2 ore (2h00’25”) a Monza nel Breaking2 del 2017 ha infine firmato il record mondiale a Berlino nel 2018, con un sensazionale 2h01’39”. Sono d’accordo con Stefano Baldini quando dice che, con tutta probabilità, proprio quel record del mondo abbia un valore perfino superiore all’impresa di oggi. Corso in gara, nella sfida uno contro uno e senza l’ausilio di un’intera organizzazione al proprio servizio, si tratta di un crono superbo. Resta il fatto che, per gli annali, oggi l’uomo ha avuto la conferma che scendere sotto le due ore si possa fare. Questo ha una valore estremo e sono certo che, anche a livello mentale, non possa che aiutare i fuoriclasse di oggi e di un domani molto prossimo ad avvicinare il traguardo anche in gara. Kipchoge aveva sfiorato a Monza l’impresa, a Vienna tutto è stato perfetto».
La macchina organizzativa che ha ruotato attorno a quest’evento, Ineos 1:59, è stata impressionante.
«Ogni dettaglio è stato curato nei minimi particolari e, da addetto ai lavori, ho trovato incredibile il fatto di riuscire ad orchestrare tutto in maniera così perfetta. Si è fatto un gran parlare di queste scarpe che Nike ha creato appositamente per l’evento e del tesoretto di reattività che la suola in tungsteno abbia regalato all’atleta. È chiaro che le Vaporfly Next abbiano facilitato l’azione di Kipchoge, ma guai a pensare possano portare lo stesso vantaggio a qualsiasi runner, ci vuole quella meccanica di corsa per sfruttarle al meglio. In più, l’azione congiunta delle 41 lepri gli ha permesso di sfruttare un’aerodinamica estremamente efficace, tanto che, in alcuni casi, lo abbiamo visto anche uscire dalla scia dei suoi scudieri, probabilmente alla ricerca di un po’ di aria fresca. Da ultimo, ma, secondo me dettaglio molto importante, il raggio laser proiettato dall’auto che lo ha preceduto: correre costantemente sulla traiettoria migliore senza sforzo è un vantaggio elevatissimo. Il resto lo ha fatto il meteo, semplicemente perfetto: ma anche questo non è stato frutto del caso, appunto».
Sport o business?
«L’impresa è senza dubbio costruita, la gara è un’altra cosa. Eliud doveva pensare solo a correre, tutto il resto era pensato e messo in pratica al meglio per lui. Tuttavia, doveva correre e doveva farlo lui. Per questo, pur all’interno di un business mostruoso, resta per me prevalente l’impresa sportiva. L’azione di corsa di Kipchoge è stata armonica, leggiadra ed efficace dal primo all’ultimo metro. Fluida, reattiva, esteticamente bellissima da vedere, un vero spot per la corsa: ha mantenuto sin dall’inizio un buon margine di oltre 10” sull’obiettivo e, guardandolo in volto, ho sempre percepito il ghigno di chi è in costante controllo ed ha la piena consapevolezza di farcela. In questo, Kipchoge è stato unico, andando a concludere in progressione la sua epica prestazione nel chilometro finale, sganciandosi dalle lepri. Supportato, facilitato, messo nelle condizioni di rendere al meglio, certo, ma i 42 chilometri li ha corsi lui e lui solo. E lo ha fatto divinamente. Ben sotto le due ore». —
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