Parà atterra sul campo, 18mila col fiato sospeso
Protagonista un 35enne milanese diretto al campo volo «Ho commesso degli errori di valutazione, mi dispiace»
REGGIO. È il 44’ del primo tempo. L’arbitro Giacomelli fischia un calcio di rigore in favore dell’Inter per una cintura di Marlon ai danni di Lautaro. Improvvisamente, mentre tutti i protagonisti della gara stanno attendendo l’ok del Var per la battuta del penalty sotto la curva dei tifosi del Sassuolo, dall’altra parte, intorno alla zona di centrocampo sulla sinistra, l’attenzione dei 18mila presenti allo stadio viene catturata dalla veloce discesa di un paracadutista. Tutti pensano a un esibizionista, anche a causa del casco nero con inserti azzurri del protagonista della discesa. Il paracadutista viene immediatamente accompagnato fuori dal campo da alcuni steward che lui segue senza fare storie. Si scoprirà poi che quanto accaduto non era figlio della voglia di prendersi un quarto d’ora di celebrità, ma dalla necessità di salvarsi la vita. Il paracadutista è M.A., milanese di 35 anni che lavora come controllore di volo in un aeroporto del nord Italia. Un soggetto senza interesse per il calcio e per la partita. In accordo con la scuola paracadutismo reggiana B.F.U. doveva effettuare alcuni lanci con la tecnica della tuta alare per atterrare nell’area aeroportuale che si trova a circa un chilometro dal Mapei Stadium. Intorno alle 13, si è lanciato dall’aereo da 4200 metri per atterrare al campo volo di Reggio. «Stavo facendo delle manovre acrobatiche, una serie di avvitamenti sul mio asse. Quando ho finito di ruotarmi per un attimo ho perso l’orientamento - racconta M.M. - e quando ho aperto il paracadute ero già oltre l’autostrada. Troppo lontano, fuori traiettoria. Ho tentato di invertire la rotta ma ho capito subito che non sarei riuscito a tornare al punto di partenza. Ho guardato sotto e mi sono diretto verso il primo prato che pareva un posto sicuro. Quando ho realizzato che era uno stadio, era troppo tardi. Per fortuna tutti i giocatori erano in fondo al campo».
La Digos della Questura di Reggio è risalita all’intera situazione, oltre che attraverso il racconto del protagonista, anche grazie alla telecamera montata sul casco che, come detto, era nerazzurro per pura casualità.
«Ho commesso troppi errori di valutazione. Mai mi era capitata una cosa del genere in tanti anni» - ha detto M.A., scosso per l’accaduto e che non immaginava di suscitare tanto clamore mediatico.—
P.S.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
