Ferrari, vita da separati in casa Binotto: «Così non va bene»
Irritazione a Maranello per l’autoscontro Vettel-Leclerc nel gran premio in Brasile Per ora nessun processo ai piloti, ma un confronto in sede. «Devono scusarsi»
Hanno resistito 1202 giri prima di mettersi le ruote addosso e mandarsi a quel paese, quasi 20 gare, distanza ragguardevole considerando che da tempo nel paddock il disastro non era nemmeno quotato. In discussione non era più il «se», solo il «quando» Vettel e Leclerc avrebbero rappresentato in pista lo scontro che per tutta la stagione hanno vissuto nel box, detestandosi sempre meno cordialmente, tra scie non concesse (Monza) e posizioni non restituite (Sochi), tra sgarbi più o meno evidenti, fino a quella fatale carezza tra pneumatici che ha dato il via all’armageddon ferrarista.
L’ovvio si è materializzato al giro numero 66 di un memorabile Gp del Brasile ed essendoci di mezzo la Rossa ha oscurato il resto: il podio più giovane di sempre – Verstappen, Gasly e Sainz, 70 anni in tre – il primo senza Ferrari né Mercedes dal 2013, il pit stop record della Red Bull (1”82, pazzesco). Tutto in ombra per due Ferrari autodistrutte, rarissimo Big Bang destinato a disegnare un nuovo universo a Maranello. «Così non va bene», ha detto incredulo il team principal Mattia Binotto, per nulla divertito dal duello fratricida: il campione affermato contro il baby talento, l’antidivo contro il social-boy, più semplicemente il vecchio (32 anni) che non sopporta di essere superato dal giovane (22) e perde la testa un’altra volta, indirizzando la sua SF90 in rotta di collisione con l’altra. L’ennesimo scivolone in due stagioni da dimenticare. Così non si può e non si andrà avanti, stavolta l’hanno combinata troppo grossa e l’irritazione Ferrari è trasversale, dai vertici ai meccanici.
«Sotto certi aspetti – si consola Binotto – è una fortuna avere il tempo di intervenire in vista del prossimo anno». Come? Il «segnale forte» promesso ai piloti sarà metterli di fronte alle responsabilità, dopo averli lasciati cuocere nel loro brodo nel post gara: per ora solo il rimprovero del capo che si sente tradito. In attesa, in settimana, dei colloqui personalizzati in sede come dopo la Russia, «e mi aspetto siano loro a riconoscere gli errori e non io a doverli spiegare. Vorrei ascoltare scuse sincere al team».
Dopodiché si dovrà chiarire, parole di Binotto, «cosa è sciocco e cosa no, la linea è sottile». Arriverà il decalogo con le nuove regole d’ingaggio. Non torneranno necessariamente gli ordini di scuderia, ma quanto studiato nelle riunioni andrà rispettato alla lettera, «automaticamente», senza più equivoci o discussioni, tantomeno quelle imbarazzanti via radio.
Serve il bastone per dare un futuro a questa coppia scoppiata, ma costretta a convivere per un’altra stagione, la prossima, in cui si spera che l’obiettivo per cui (non) farsi la guerra sia più ambizioso di un terzo posto mondiale. Vettel (non più prima guida) e Leclerc partiranno alla pari, Binotto non cambia idea: è presto per puntare solo sul giovane, «già in grado di lottare per il titolo», ma ancora un po’ acerbo, sebbene gli eventi di Interlagos abbiano segnato altri punti a suo favore. Dopo aver fatto di tutto per recuperare Sebastian, declassarlo equivarrebbe a distruggerlo. Ci sono anche un pericoloso contratto in scadenza e altri 35 milioni di buoni motivi (l’ingaggio) a consigliare di non farlo. A meno che – eventualità più volte smentita – non sia lui a cambiare aria. Ricciardo o Hulkenberg, nel caso, sarebbero il piano B. —
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