Alberto Faverio, dall’avventura nella Panini al ruolo di Preside nel reality “Il Collegio 2”
«Quando mi chiesero di sostituire Dall’Olio risposi: “Ma siete sicuri”? Un onore, ma la pressione fu davvero tanta»
“Enfant prodige” nel mondo della pallavolo prima (a 22 anni appena, nel 1981, si ritrovò a guidare la leggendaria Panini Modena), apprezzatissimo docente di matematica all’ITC Nizzola di Trezzo sull’Adda oggi, scelto per il ruolo del Preside, e non un preside qualsiasi, ma Preside con la “P” maiuscola per il docu-reality tv trasmesso da Rai 2 nel 2017, “Il Collegio 2”: Alberto Faverio può davvero dire di non essersi fatto mancare nulla nella vita.
«Forse vi sembrerà banale o scontato, ma Modena ha davvero rappresentato qualcosa di unico nella mia carriera sportiva e non, visto che proprio a Modena ho conosciuto Maria Vittoria, quella che è ancor oggi mia moglie. Con lei oggi vivo a Cambiago, nel Milanese, abbiamo una figlia Carlotta, di 25 anni, iscritta a medicina, che non gioca a pallavolo ma pratica pattinaggio in line ad alto livello, e siamo già tre volte nonni grazie a Gian Andrea».
Due anni a Modena, uno a Sassuolo nei primi Anni Ottanta, in squadre importantissime, ma ci concede una domanda prima di ri-parlare di quella Panini e di quella Edilcuoghi?
«Dica, se posso...».
Lo sa che qui in redazione sono in tanti a chiedersi perché Lei abbia espulso Arianna Triassi?
«Ah, quindi anche a Modena sapete del reality...».
E come non potremmo: Lei ha avuto un grande successo nella parte del Preside austero e severissimo de “Il Collegio 2”.
«Vi ringrazio del complimento, devo dirvi che mi sono davvero divertito quando lo abbiamo girato: volete una confessione? Mi sarebbe piaciuto essere confermato, ma forse come dice sempre mia figlia “Sei stato bravo, ma potevi fare meglio, ecco perché non ti hanno tenuto”, forse ha davvero ragione lei».
Non divaghiamo, ci spiega allora perché ha cacciato Arianna con buona pace dei suoi fan?
«È una domanda che mi fanno tutti ragazzi, anche quelli a cui insegno oggi nella vita reale, ma vi posso dire che ad esempio le ragazze, allo stesso modo, vogliono sapere perché ho eliminato Roberto Magro. Semplice, il format prevedeva che di quei 18 studenti, due o tre non finissero il reality. Non era stabilito chi se ne dovesse andare, erano loro stessi con i loro comportamenti “non consoni” a determinare le mie decisioni inappellabili».
Visto che siamo in tema, approfondiamo allora la sua esperienza a “Il Collegio”.
«In tanti vogliono sapere come è possibile che un ex giocatore di pallavolo dai buoni trascorsi possa finire in un reality: non è stato così difficile, di sicuro fu una cosa del tutto inaspettata. Io frequento tutti i “social”, li ritengo molto utili ai giorni nostri per rapportarsi sia con gli allievi che con i colleghi, tra questi anche Linkedin, forse per “meno giovani”, ma efficace. Un giorno mi chiamano sul cellulare e mi dicono “Buongiorno, siamo della produzione Magnolia Tv, stiamo preparando un nuovo reality e abbiamo pensato a lei come professore di matematica, Le interessa?” Subito ho pensato ad uno scherzo di qualche mio studente, poi ho potuto constatare che non era così. Al casting, essendo rimasti in due per il ruolo di insegnante di matematica, mi proposero di fare il Preside e io accettai».
Com’è la “vera vita” in un reality?
«Io presi la cosa molto sul serio e a differenza di altri decisi di rimanere a tempo pieno per i venti giorni nel vecchio collegio Celana, famoso per essere stato in passato tra i più difficili ed impegnativi: lì vennero effettuate le riprese, i ragazzi erano svegliati alle 7 e ripresi costantemente da due troupe di cameraman fino a dopo la mezzanotte. A me, visto che vivevo lì, toccava girare senza preavviso scene che richiedessero la presenza del Preside, il suo intervento in classe o in ufficio. Problemi durante la lavorazione? Zero. Divertimento, tanto. Il cachet? Non alto, credetemi. La trama prevedeva che 18 ragazzi frequentassero una classe come fossero nel 1961, anno del Centenario d’Italia, per sostenere alla fine l’esame di terza media. Non c’era nulla di già scritto, quello che avveniva era davvero reale e i ragazzi costruivano il proprio destino con le loro azioni. L’esame finale? Non era riconosciuto dallo stato, purtroppo, ma studiavano davvero come fossero tornati indietro nel tempo. È stata una bella esperienza davvero, sia per loro che per me: oggi siamo ancora in contatto con quel “corpo docenti in un gruppo whatsapp” e con alcuni dei ragazzi su Facebook».
Quasi una favola per chi insegna ormai da 27 anni nella vita di ogni giorno.
«Nella vita posso dire che oltre alla famiglia ho avuto due grandi passioni, l’insegnamento e lo sport, cioè la pallavolo. Mi ritengo una persona fortunata».
È il momento di parlare proprio di volley, Modena e Panini.
«Sapete che anche in quel caso, proprio come accadde con il reality, fu una telefonata a cambiarmi la vita? Era il 1981, un giorno squillò il telefono di casa (mica c’erano i telefonini allora...), era Pietro Peia, boss della Panini: “Abbiamo pensato a te per sostituire Pupo Dall’Olio nella prossima stagione a Modena”. Quasi non ci credevo, anzi, non riuscivo proprio a realizzare che fosse tutto vero. Io, arrivato alla pallavolo solo qualche anno prima e con una sola stagione di serie A alle spalle a Milano, scelto per giocare nella “grande” Panini. Ricordo ancora che risposi così: “ma siete sicuri?”».
Il resto è storia, due stagioni in gialloblù che rimarranno per sempre nel cuore di quel ragazzo di Milano.
«Eravamo bravi, questo sì, ma non i più forti, c’erano due squadre a noi superiori, Torino (Robe di Kappa) e Parma (Santal), era chiaro a tutti, e a noi mancava uno come Bertoli o Kim Ho Chul».
Ci racconta cosa pensava del fuoriclasse coreano?
«Fortissimo, questo sì, ma aveva un bel caratterino, ricordo in una final four di Coppa Italia a Battipaglia di avergli visto assestare anche un calcio a un arbitro. Io, poi, pagherei per rivedere le immagini di quella monetina lanciata da qualcuno al PalaMolza con Kim che si butta a terra ed esce dal campo. Avevamo già vinto e nessuno potrà mai dire oggi come sarebbe andata la “bella”, ma il nostro campionato finì lì, perché arrivò lo 0-3 a tavolino».
Gli anni di Modena che ricordi Le hanno lasciato ancora?
«Iuffa, Franco Vignoli, Leo Novi, che ancor oggi mi abbraccia per ringraziarmi dopo un derby vinto contro Sassuolo, Marco Grandi, tutti i compagni di squadra con una menzione particolare per “Peda” Padovani, poi Adriano e Paolo Guidetti, l’allenatore: io e lui avevano un feeling speciale, se me lo avesse chiesto mi sarei buttato in un pozzo per Paolino. Giuseppe Panini? Viveva in modo distaccato le vicende della sua squadra, non era in palestra con noi quotidianamente come Benito».
A distanza di soli 37 anni ci dica quanto fu difficile venire alla Panini dopo Pupo Dall’Olio.
«Ero giovane, vivevo con entusiasmo tutto e quell’esperienza con l’incoscienza tipica di un ragazzo che tocca il cielo con un dito, poi, sì, è vero, la pressione non era poca, sapevo quando decisi di accettare la proposta della Panini, che “Pupo” era di un altro livello rispetto a me, appena sbagliavo un palleggio la gente mi criticava, ora posso dirlo, magari qualche incoraggiamento in più non avrebbe fatto male».
Con la Panini però sono arrivati ottimi risultati.
«Abbiamo vinto in Belgio la Coppa Confederale, nel mio secondo anno, e sono riuscito a vestire la maglia azzurra quattro volte. In Nazionale avevo già giocato le Universiadi a Bucaresti nel 1981, atmosfera stupenda».
A sentirla sembra di essere tornati indietro nel tempo...
«Sono stato bene a Modena. Una curiosità? Non ho mai capito perché mi mettessero sempre in camera con gli stranieri, prima Parkkali, poi Martinez e a Sassuolo con Wojtowicz».
Forse avevano intuito la sua natura di insegnante...
«Li aiutavo ad ambientarsi e a imparare l’italiano, questo sì».
Lei ha citato Wojtowicz.
«Uno dei più forti, se non il più forte di tutti, ha vinto le Olimpiadi con la Polonia nel 1976, ho giocato con lui nell’Edilcuoghi: sì, perché dopo due anni la Panini decise di scambiarmi con Venturi. A Sassuolo l’allenatore era Giobbe (Rodolfo Giovenzana ndr), lo stimo tantissimo, lui ha avuto fiducia in me sempre anche quando allenava a Milano e veniva due volte la settimana in Lombardia con Paolo Montorsi. Nell’Edilcuoghi ricordo ancora che a volte attaccavo anche, perché giocavamo con il doppio palleggiatore, io e Gigi Sacchetti, oggi sarebbe inimmaginabile, ma allora non andò poi così male».
Non resta che il pensierino finale.
«La pallavolo mi ha regalato una vita migliore, pensate che ho smesso solamente a 47 anni e giocavo ancora in B. Quando entro in classe, i miei studenti sanno che sono stato un atleta di alto livello e questo mi è utile anche e più di essere stato il Preside di un reality. Ci vediamo a Modena, vengo un paio di volte l’anno con mia moglie, magari al PalaPanini per una foto con Pupo e i vecchi amici, sarebbe bello, no?». —
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