Tamberi: «Ci spero ancora Ho investito tutto su Tokyo»
L’atleta azzurro: «Ho saltato i Giochi del 2016 per un infortunio, io sono pronto» E sull’ipotesi del posticipo: «Ho il chiodo fisso delle gare e inseguo il mio sogno»
Lo sport educa all’arte dell’attesa. Prepararsi per anni, rinunciare, fare sacrifici, ridurre la vita a routine. Sforzi da campioni che all’improvviso riguardano tutti. Gianmarco Tamberi insegue le Olimpiadi che ormai non hanno più una data e si ritrova senza obiettivo, senza il fulcro intorno a cui hanno girato gli ultimi quattro anni. Il salto in alto lo obbliga a spingersi oltre gli ostacoli solo che stavolta non vede l’asticella, non ha un orizzonte: «Non so più per che cosa mi sto allenando». Eppure sa ancora per che cosa è disposto ad aspettare. Un’altra volta.
Le Olimpiadi del 2020 sono finite in ghiaccio e lei?
«Io le stavo preparando. Ho sacrificato la mia vita per questi Giochi e so bene quanto suona drammatico, vorrei riuscire a mettere tutto in proporzione, ma non posso. Ho saltato quelle del 2016 per infortunio e poi ho investito tutto quello che avevo sul 2020 emotivamente, fisicamente, economicamente sul 2020».
Ha parlato al passato: «Le stavo preparando».
«Vero, non riesco a pensarle al presente. Mio padre, che è il mio tecnico, ogni giorno mi dice “basta, pensiamo all’anno prossimo”. Non posso: nell’incertezza, ancora le aspetto. All’anima del cavolo. Sono troppo coinvolto».
Il posticipo è quasi certo.
«Io mantengo una certa incoscienza, resiste la speranza che possano essere quest’anno. Faccio finta che possa essere così».
Se fossero in autunno dovrebbe ritardare la preparazione.
«Come tutti. Aspettare un altro anno sarebbe un tormento, sarebbe come buttare via questi mesi di cura maniacale, queste stagioni infinite in cui non mi sono sposato, sono stato a dieta, ho controllato ogni passo».
Molti atleti dicono che non ci sono più le condizioni di equità.
«Purtroppo il virus sta colpendo tutti. Chi prima o chi dopo: in tanti avranno limitazioni. Io sono fortunato, posso allenarmi quasi come al solito. Ma le Olimpiadi hanno sempre avuto chi ha uno staff di dieci persone e chi ci arriva correndo da solo nel fango. Se aspettiamo di arrivare tutti nelle stesse condizioni non le facciamo mai».
L’antidoping sta lavorando a singhiozzo.
«Ecco. L’unica, piccola, nota positiva di uno spostamento: con questo regime chi vuole barare lo farebbe quasi a ruota libera. Ma qui lo sport è più responsabile del coronavirus, dovrebbe fare di più per controllare e punire».
Non le fa paura l’idea di pensare ai Giochi prima che il mondo torni sicuro?
«Non sono così pazzo da anteporre la mia ossessione alla salute dell’umanità. Ammetto che il mio punto di vista è troppo stretto, se potessi uscire dalla pelle dell’atleta direi altro, ma non ho risposte diverse, mi spiace».
Si sente invincibile?
«Non siamo supereroi, non sfidiamo i rischi. Nessuno si prenderà la responsabilità di mettere in pericolo delle persone per lo svolgimento di Tokyo 2020 a tutti i costi. Prendiamoci tempo per capire, ma io ho ancora non ho metabolizzato che ce ne sarà bisogno altro».
Tutta l’Italia aspetta.
«Lo so. C’è gente che non può andare a lavorare, aziende chiuse, stipendi bloccati. Ci sono attese ben più urgenti della mia. È tutto più grande di noi, bisogna saperlo accettare. E lo farò, però non posso staccarmi dal mio sogno».
Saprà aspettarlo ancora?
«Quando mi diranno davvero la nuova data prima sverrò, poi starò in tilt per un po’ e poi ricomincerò di nuovo da capo. Per arrivare lì, alla gara della vita che mi tengo stretta».
Se posticipassero al 2021 o 2022 non preferirebbe godersi un po’ l’esistenza nel mezzo, sposarsi magari.
«Guardo Chiara, la mia fidanza, e penso a quanta voglia avrei di farle la proposta. Ma non sarebbe la stessa cosa con il chiodo dei Giochi fisso in testa. No, inseguirò il mio sogno e metterò tutto il resto, di nuovo, in pausa».
Come si fa? Magari può dare qualche lezione di attesa.
«Aspetto un evento immenso e la sola idea di poterci finalmente arrivare un giorno, di essere ai Giochi da protagonista e non da partecipante come mi è già successo basta a riempirmi il cuore. Non so se vale anche per il ritorno alla normalità, ma ora manca così tanto quella semplice quotidianità che concentrarsi sul modo per riaverla dovrebbe funzionare».
Apprezzeremo di più la normalità?
«Ci sembrerà più preziosa. Cambieremo le priorità».
Anche le sue? O resteranno le Olimpiadi?
«Non funziona così. Io ora penso ai medici che stanno in ospedale 48 ore su 24, ma non credo affatto che quando questo deliro sarà finito noi daremo meno valore a quel che contava prima. Penso anzi ne avremo più cura».
Come è la vita senza sport?
«Non esiste, non è vita. Siamo tutti fermi per un grande problema, un macello che ci costringe a stravolgerci. Io, ripeto, sono molto fortunato. Penso a chi non può muoversi oltre i 200 metri da casa: giusto Filippo Tortu saprebbe usare quella distanza per sfogarsi. No, è un periodo, orrendo. Non è vita, è aspettare di tornare a vivere e a correre, a giocare, a gareggiare. L’uomo senza sport, da fare e da vedere, dura poco». —
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