Juliet Kaine non si arrende: dopo il kayak ecco l’handbike
Per colpa del Coronavirus ha dovuto rinviare il suo debutto nel Giro d’Italia Lei ora guida, si allena a casa e continua a lottare contro disabilità e razzismo
Ha sfiorato la qualificazione a Rio 2016 nel kayak. Adesso attende il Giro d’Italia… nell’handbike. Juliet Kaine non ha voglia di arrendersi. La diffusione pandemica del Coronavirus può cancellare eventi sportivi grandi e piccoli. Non può però spegnere i sogni né mettere freno ai progetti. «Mi stavo preparando per debuttare al Giro d’Italia - riconosce la modenese, classe 1983 - ma è stato annullato tutto. Il 18 aprile ci sarebbe dovuta essere la tappa inaugurale a Bergamo».
Al debutto s’era preparata con i nuovi colori dell’Associazione sportiva dilettantistica Cooperatori di Reggio. Un gruppo che ha visto il saluto d’eccezione di Alex Zanardi. L’atleta lo aveva già incontrato al Forum Monzani nel 2016. Allora lei era in forza alla Canottieri Mutina e lottava contro le barriere architettoniche ai piedi della Ghirlandina. «Ero arrivato a un livello alto nel kayak - ricorda Kaine - ero brava e determinata. Ho raggiunto anche risultati molto validi. È stato un peccato aver dovuto abbandonare».
Così ha voltato pagina e s’è rilanciata nello sport di Zanardi, ex pilota di Formula 1 diventato alfiere internazionale della disciplina.
«Amo fare sport in modo tranquillo - prosegue Kaine - e ho una forte carica. Mi sento bene nell’ambiente. È lo sport adatto a me. Con la canoa non avrei potuto continuare dopo un’operazione».
Ogni persona ha le sue ferite. L’azzurra ha imparato a crescere dalle sue. Da quando ha otto anni non ha più l’uso delle gambe per una forma di tubercolosi che colpisce le ossa. Venticinque anni dopo, ha lasciato Freetown (capitale della Sierra Leone) per trasferirsi a Modena. Nel corso della sua vita ha alternato la palla a spicchi («il mio primo amore») e la racchetta da tennis, la pagaia e la bicicletta a conduzione manuale. «Lo sport è dentro di me», spiega con naturalezza. La stessa naturalezza con cui si descrive un cielo blu in una giornata tersa. La stessa naturalezza che la spinge a restare attiva nei giorni di #Iorestoacasa.
«Faccio sport in casa con la palla medica - spiega l’atleta - e ho raggiunto un elevato livello di conoscenza del mio corpo. Mi alleno con una ragazza che si chiama Martha. Viene dall’Ecuador, gioca a calcio e la ritengo una sorella». Un’altra conquista è l’automobile. Non è facile per chi è in carrozzina e nemmeno per chi «ha solo la pensione d’invalidità per coprire tutte le spese». Eppure, è un’altra vittoria della nove volte vincitrice del titolo italiano di kayak. Un’atleta che non fa mistero di dover ancora lottare «contro la disabilità e contro il razzismo». Una persona che mantiene nei giorni difficili per lo sport «la voglia d’imparare, conoscere, dialogare, comprendere».
Una volontaria che attende la fine delle restrizioni per prestare servizio in una parrocchia modenese. «Lo faccio davvero con il cuore», conclude Kaine. —
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