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Volley. Il personaggio 

«Dopo anni apprezzo l’argento di Atlanta»

Francesco Cottafava
«Dopo anni apprezzo l’argento di Atlanta»

Luca Cantagalli: «È stato un vero insegnamento, nella vita  a volte fai tutto bene, ma non ottieni il risultato voluto»

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Tra le leggende della pallavolo presenti nella Hall Of Fame italiana non poteva non esserci Luca Cantagalli, stella del volley mondiale e bandiera di Modena. L'attuale vice allenatore racconta la sua passione per la pallavolo in un video, ripercorrendo una carriera che l'ha portato a vincere, tra le altre cose, 7 scudetti, 9 coppe Italia, 4 Champions League, 1 argento olimpico, 2 ori mondiali e 3 ori europei.

Che cosa ha significato per Cantagalli la pallavolo?

«La pallavolo, per la mia vita, ha significato tante cose, non solo una. Dopo quasi 30 anni di volley posso dire che è stato tutto per me: dal divertimento, passando per il gioco e arrivando alla passione. In più posso dire che, la pallavolo, per me è anche amore, perché ho incontrato mia moglie proprio dentro un palazzetto. Il volley ha avvolto e caratterizzato tutta la mia vita, e tutto ciò di importante che ha girato intorno ad essa».

Quando hai iniziato a praticare questo sport?

«La scelta risale a quando ero molto, molto giovane. Non ho iniziato per una motivazione ben precisa, semplicemente tutti i miei compagni di classe giocavano a volley in quel momento. Quindi ho seguito l'onda del mio gruppo di amici e ho deciso di provare, poi è diventata una vera e grandissima passione».

Qual è il valore più grande che ti ha trasmesso la pallavolo?

«Il valore più importante che mi porto dentro è l'amicizia. Su questo campo ho incontrato tantissimi amici che hanno fatto parte della mia vita, molti dei quali sono presenti tutt'ora. Quello dell'amicizia è un aspetto fondamentale che va, senza ombra di dubbio, trasmesso anche alla generazioni più giovani. Un modo per poter condividere anche i momenti negativi, che coinvolge ed unisce, tutto ciò che, alla fine, rappresenta l'amicizia».

Saresti stato in grado di fare ciò che hai fatto senza una reale passione per il volley?

«No, perché credo che, senza passione, non si possa fare sport e non si possano raggiungere determinati traguardi. Non si possono ottenere grandi successi se non si è appassionati a ciò che si fa in campo. Questo si trasmette anche nella vita, ci vuole sempre la passione. Anche se, nel mio caso, il volley in realtà ti occupa quasi tutto il tempo disponibile che hai nella tua vita normale».

C'è una medaglia che, col passare del tempo, hai considerato in maniera diversa?

«Sì, ed è la medaglia di argento conquistata alle Olimpiadi di Atlanta 1996. Una medaglia che rappresenta una cosa molto importante per me. E' stata chiusa in un cassetto per cinque o sei anni, e per lungo tempo non ci ho dato valore perché rappresentava una enorme delusione. In realtà, poco tempo fa, l'ho rivalutata: ho pensato che abbiamo preparato le Olimpiadi nel corso dell'estate in maniera perfetta, perché il nostro obiettivo era quello di conquistare la medaglia d'oro. Alla fine però non ce l'abbiamo fatta, ha vinto l'Olanda, ma non è stato per demerito nostro. Abbiamo incontrato, in quella finale, una squadra che ha fatto meglio di noi. Questo è anche un po' il significato della vita, perché a volte si fa tutto bene però, alla fine, non si riesce ad ottener il risultato voluto. Quella medaglia d'argento è stata un grande insegnamento». —

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