Bellucci: «Lavoriamo tutti in ospedale, non possiamo dedicarci solo al calcio»
«In serie A è una vera professione, noi lo facciamo soprattutto per passione Le disposizioni del protocollo un ostacolo insormontabile»
«Per riuscire a seguire ventiquattr’ore su ventiquattro la squadra e far rispettare il protocollo sanitario richiesto dalla Figc, ogni medico di una società di serie C in questo momento dovrebbe lasciare il proprio lavoro o non saprebbe come fare». Alessandro Bellucci, medico sociale del Modena, condivide una delle tante riflessioni che assieme ai colleghi sono state fatte in videoconferenza col presidente della Lega Pro Francesco Ghirelli e al dottor Francesco Braconaro, rappresentante del settore medico della Lega Pro per la Figc. Riflessioni che hanno portato a una conclusione unanime sull’impraticabilità della ripresa dell’attività agonistica in serie C, di fronte a richieste così rigorose da parte della Commissione medico-scientifica della Figc nella “fase 2” dell’emergenza Covid-19. «Nella nostra categoria – spiega Bellucci – la figura del medico sociale è ben diversa rispetto alla serie A. Seguire una squadra di C, così come una di B, è più una passione che un vero e proprio lavoro: tutti noi abbiamo incarichi che rappresentano la nostra attività professionale principale e, nel caso in cui dovessimo ricevere la richiesta di prestare tutta la giornata al servizio della squadra, saremmo messi di fronte ad una scelta che in questo momento difficilmente potrebbe portarci alla rinuncia del nostro lavoro». Alessandro Bellucci, infatti, nella sua giornata lavorativa è prima di tutto impegnato nel reparto di Medicina d’urgenza e a Pronto soccorso dell’ospedale di Sassuolo. E il periodo attuale, per ogni medico, non è di certo quello più leggero da affrontare quotidianamente, essendoci una pandemia in atto. L’aspetto professionale si lega strettamente ai protocolli che la Figc chiederebbe alle squadre di serie C di rispettare prima e durante la ripresa degli allenamenti: «Per seguirli e farli seguire alla lettera servirebbe una presenza costante e una sorveglianza stretta e corretta, in una situazione in cui a tutti noi appare ancora poco chiaro come si possa riuscire a rispettare in maniera fedele ogni indicazione della Commissione medico-scientifica della federazione, a partire da tamponi, test sierologici, esami e visite specialistiche da far eseguire». C’è poi un tema non di poco conto legato alle responsabilità che sarebbero a carico proprio dei medici sociali: «In caso di contagio di un giocatore – conclude Bellucci – ci sono aspetti normativi e medico-legali ancora da chiarire che implicherebbero una nostra responsabilità anche se i protocolli sanitari sono stati messi in pratica. Nessuno di noi, ovviamente, ritiene di potersela assumere». —
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