Christenson, un numero... 11 «Non lo volevo, oggi lo adoro»
«Me l’hanno dato in nazionale quando ero giovanissimo, mi ha portato fortuna Sander l’attaccante preferito, studio le partite al video, basket l’altra passione»
Micah Christenson ha compiuto venerdì 27 anni, festeggiati a casa sua (nelle splendide Hawaii) in compagnia della sua famiglia. Sono arrivati tantissimi auguri da Modena fino agli Stati Uniti (compresi quelli della Leo Shoes: «Talento, classe, energia positiva e gesti atletici incredibili che ci hanno fatto innamorare fin da subito del nostro mago americano»), con l'alzatore a stelle e strisce che, proprio in questi giorni, ha risposto a una serie di domande poste direttamente dai tifosi.
Quando hai iniziato a giocare a pallavolo?
«A livello agonistico molto tardi, avevo 13-14 anni. Poi ho avuto a possibilità di studiare in una dei migliori college (University of Southern California) dello stato grazie alla pallavolo. Tutto questo ha reso la mia scelta più facile. Anche mia mamma ha giocato, ha vinto due campionati universitari».
Qual era la tua paura più grande quando sei venuto in Italia?
«Non è facile venire a giocare in un paese diverso dal tuo, soprattutto quando sei da solo. A Civitanova non tante persone parlavano inglese. Era il mio primo contatto con la pallavolo a livello professionistico, c'era tantissima pressione per vincere tutte le partite. Un mondo completamente nuovo per me. Tra l'altro tra l'Italia e le Hawaii c'è un fuso orario di 12 ore, non è neanche facile parlare con la mia famiglia».
Hai qualche rituale pre partita?
«Non proprio, preferisco prepararmi studiando molto a video la squadra avversaria».
Chi è il tuo attaccante preferito?
«Dai non potete chiedermi queste cose, voglio bene a tutti. Ma se proprio devo sceglierlo è Taylor Sander, giochiamo insieme da quando abbiamo 15 anni».
In campo sei impulsivo o riflessivo?
«Credo entrambi. Un palleggiatore deve essere molto riflessivo, ricordarsi tutto quello che è successo e quello che si è studiato, ma penso che esserlo troppo non vada bene. Devi poterti affidare anche all'istinto perché non sempre le cose vanno come hai immaginato».
Come scegli a chi alzare?
«Tante cose influiscono: i video sulla squadra avversaria, indicazioni degli allenatori, come si muove il muro avversario, quale dei miei compagni vedo più in forma, chi ha l'uno contro uno migliore e chi è al centro o è pronto per attaccare la pipe».
Hai mai sbagliato la giocata?
«Assolutamente sì, centinaia e centinaia di volte. Ma tante volte i miei attaccanti sono così bravi che, comunque, portiamo a casa il punto».
Qual è la differenza tra te e gli altri migliori palleggiatori al mondo?
«Ci sono tanti alzatori fantastici e non c'è davvero uno che è più forte degli altri. Poi c'è qualcosa che separa i fuoriclasse dai campioni, che è l'aspetto mentale durante la gara. Alla fine quello che conta sono le decisioni che prendi nel corso della partita. Sangue freddo nei momenti chiave e come riesci a gestire la tua squadra. Devi essere un punto di riferimento in campo».
Perché il numero 11?
«In realtà io uso sempre il numero 5. E' nel mio nome su Instagram e su Twitter, ovunque insomma. Quando ho iniziato a giocare al college, avevo il numero 5. Poi, quando sono arrivato in nazionale, ed ero giovanissimo, mi hanno dato l'11. Visto che ero solo al secondo anno di college, me l'hanno dato loro. Non l'ho scelto io. Il numero 5 all'epoca apparteneva a Lambourne ed io ho pensato “tutto tuo Rich”. Ho giocato quell'estate con il numero 11 e ha portato bene, siamo andati al Norceca e abbiamo vinto, giocavo titolare e sono anche stato premiato come miglior alzatore. Quindi ho pensato “teniamoci questo 11. E' diventato il mio numero a caso e adesso lo adoro».
Chi è il tuo idolo sportivo?
«Non ho un vero e proprio idolo, neanche da giovane lo avevo. Quando ero piccolo giocavo molto a basket. Il mio primo amore è stato il basket, l'ho sempre amato e al college è stata la mia prima scelta. Avevo anche giocato con la nazionale juniores, ogni tanto sogno ancora di diventare un campione di pallacanestro. Ammiravo molto giocatori come Dirk Nowitzki o Larry Bird, mi piaceva molto il loro approccio alle partite. Mi piaceva la loro sicurezza e non avevano mai bisogno di esagerare o fare gli sbruffoni».
Sai surfare?
«No. E' uno stereotipo che nelle Hawaii, o in California, tutti sappiano surfare. Mi godo comunque tantissimo l'oceano con la famiglia facendo altre cose».
Tigelle o gnocco fritto?
«Gnocco fritto tutta la vita. Gnocco fritto tutto il giorno, tutti i giorni. Ci metti appena un po' di mortadella, o di prosciutto, e hai uno spuntino favoloso». —
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