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Moratti festeggia 75 anni «Vorrei rivivere le finali Il campionato non riparta»

Paolo Brusorio

L’ex patròn a un decennio dal Triplete: «Un concerto perfetto, la passione il valore aggiunto» E sull’Inter di oggi: «Mi piace Lautaro. Lo juventino Conte? Un lavoratore, dà garanzie» 

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l’intervista



«Non so nemmeno io quante volte ho rivisto la finale. In questo periodo poi mi metto lì, guardo un’azione e poi mi dico “dai che ne vedo un’altra». Dieci anni fa oggi l’Inter vinceva lo scudetto, seconda tappa di una stagione mai ripetuta da un club italiano. La coppa Italia, prima, l’apoteosi di Madrid poi: il compleanno di quell’Inter è spalmato su tre date; quello di Massimo Moratti, padre di quella squadra, cade oggi. Settantacinque anni e la voglia di raccontarsi.

5, 16, 22: la somma fa il Triplete. Il tempo è passato ma quando lei ne parla sembra ieri. Come lo spiega?

«L’abbiamo vissuto tutti insieme molto intensamente, con competenza, senso di appartenenza e del dovere. E passione, valore aggiunto che rese il concerto perfetto».

E allora come se fosse oggi: 5 maggio la coppa Italia.

«Il primo traguardo, a Roma è una battaglia contro la rivale di quegli anni, vincere la Coppa Italia diventa fondamentale per calibrare la nostra ambizione, la giochiamo come se in palio ci fosse già la Coppa dei Campioni»

16 maggio, lo scudetto.

«Felicità e sicurezza. A Siena non è una gara facile e non è neanche il primo titolo della serie. Ma la vittoria ci dà molta serenità, determinante visto quel che stiamo per vivere».

Appunto, 22 maggio, la Coppa dei Campioni. E tre.

«Di Madrid ho ricordi fantastici. All’antivigilia vedo l’allenamento al centro del Real: grande concentrazione ma poca tensione, quella che ti rode dentro. Mourinho in questo è sempre stato formidabile. Capisco che siamo sulla strada giusta, oddio lo capisco ma ne sono sicuro solo dopo aver battuto il Bayern, in fondo la partita più facile».

Ora può dirlo: Mourinho che dopo il trionfo lascia il Bernabeu sull’auto del Real, un po’ di fastidio gliel’ha dato?

«È destino dell’Inter. Vinciamo lo scudetto a Parma con Mancini in panchina, io ho già preso Mourinho e non so come uscirne. E al Mondiale per club di Abu Dhabi lo sfogo di Benitez che fa capire di volersene andare? Diciamo che ci abbiamo sempre messo del nostro».

L’ha mai rinfacciato a Mourinho?

«Se ci penso ha fatto una cosa terribile – e ride – però tra noi c’era molta complicità, sapevo tutto ma intervenire avrebbe aumentato la tensione. Del resto prima di una finale dei 100 metri non chiedi a un atleta che scarpe usa, ma solo di vincere. Lui non ha voluto correre anche i 200, ma poteva aspettare il mattino dopo per dirlo».

Chi vince tra quell’Inter e la Juve di Ronaldo?

«Uuuh, grande sfida. Noi ce la giocheremmo alla grande, ma certe partite si possono fare solo al computer».

Quanta voglia avrebbe di viverla invece dal vivo?

«Ho già dato. Ora tocca agli altri divertirsi».

Ha dato consigli a Zhang?

«È una persona di grande sensibilità. Quando ci capita di parlare ascolta sempre con molta attenzione. Consigli? Nel momento del passaggio di proprietà tra lui e Thohir questi, a differenza mia, non era convinto di tenere Brozovic a causa del carattere. Credo che non cederlo sia stato un affare. Spesso poi si è parlato di Icardi, ma mi fermo qui…».

Che effetto le fa vedere Conte sulla panchina dell’Inter?

«Grande lavoratore, mi dà garanzie».

E Chiellini che «odia sportivamente l’Inter»?

«Almeno ha specificato. Mi colpisce di più quello che ha detto dei suoi compagni».

Triplete nel 2010, scudetto Milan nel 2011. Poi il buio: quanto mancano al calcio italiano le vittorie di Milano?

«Mancano soprattutto a Milano. Il calcio è in grado di dare a una città un tocco di felicità in più. Milano, prima della pandemia, era in grande crescita, era giunta l’ora che il pallone si adeguasse».

Che effetto le fa vedere la sua città piegata dal virus?

«All’inizio ha esagerato nell’autoconsiderazione, convinta che tutti avrebbero seguito il suo modello. Non è andata così. E se da un lato non finiremo mai di ringraziare i medici in prima linea, dall’altro abbiamo pagato una certa disorganizzazione».

Milano disorganizzata?

«È stato inizialmente un problema politico, come se la Regione volesse distinguersi da Roma. Poi il virus ci ha messo nei guai seri. Ci riprenderemo, ma serve chiarezza. Mascherine, spostamenti, aperture: la confusione è rimasta».

«Milano a portata di mano, ti fa una domanda in tedesco e risponde in siciliano»: da Lucio Dalla ai cocci di vetro contro la finestra di Silvia Romano. Che sta succedendo?

«Umanamente è incredibile quanto è accaduto a questa ragazza. La vicenda è stata politicizzata e in Italia esiste una destra estrema che ha alzato il confronto. Dietro l’odio c’è molto calcolo politico».

Se potesse, quale dei suoi 75 anni vorrebbe cancellare e quale invece rivivere?

«Se te ne cancelli uno, sei finito. Anche dai momenti difficili ho sempre saputo trarre valori molto utili, quindi non butto via niente. Invece vorrei rivivere gli anni di lavoro con mio padre e mio fratello. E le finali di Coppa di Vienna e Madrid».

Proseguire il campionato o no?

«Io la finirei qui. È pericoloso continuare. Si siedano intorno a un tavolo, inizino a pensare alla prossima stagione e a come attutire lo stop di questa. Tentare di andare avanti mi sembra inutile».

Massimo Moratti torna presidente per un giorno: chi compra e chi mette in panchina?

«Non mi permetto ingerenze. Giocatori come Lautaro, che sono bravi e che possono diventare bravissimi. Mi diverte, da lui ti aspetti sempre un colpo a sorpresa».

Quindi niente Messi?

«Potevo prenderlo quando era molto giovane, ma il Barcellona lo stava aiutando a superare i problemi legati alla crescita. Pensai che era più opportuno per lui rimanere lì».

Tirano giù San Siro. Che cosa prova?

«Ho passato gran parte della mia vita in quello stadio, come vuole che mi senta. Sarebbe meglio non toccare niente».—



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