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Sassuolo, Carnevali lancia l’allarme «Se non si gioca libri in tribunale»

Valentina Spezzani
Sassuolo, Carnevali lancia l’allarme «Se non si gioca libri in tribunale»

«Chi vuole far morire il calcio è sulla strada giusta. Tante società sono a rischio: se non si riparte è un dramma»

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SASSUOLO «Da qualunque parte ci voltiamo troviamo confusione e veleni. Lunedì dovremmo ripartire con gli allenamenti a gruppi e tutto è ancora in alto mare». A denunciare il caos che regna da settimane nel mondo del pallone è Giovanni Carnevali in un’intervista sul Corriere dello Sport. L'ad neroverde non usa mezzi termini, «C'è il forte rischio che tante società debbano portare i libri in tribunale e che poi il calcio non ci sia più». Nel weekend in cui la Bundesliga è ripartita, in Italia l'impressione è che si faccia a gara per complicare le cose: «La verità è che abbiamo gestito male tutto, ci ritroviamo a pochi giorni dall’inizio degli allenamenti e non conosciamo ancora il protocollo, quando avremmo già dovuto conoscere quello per le partite. Se vogliamo far morire il calcio, siamo sulla strada giusta, qua siamo tutti pazzi, mi rendo conto che stiamo vivendo una situazione di grande emergenza, ma tutti dovremmo metterci una mano sul cuore e aiutarci l’uno con l’altro, invece ciò non accade e parlo di tutte le componenti che hanno in mano il futuro del nostro calcio».

Nemmeno le società sembrano tenere una linea comune: «Pensare sempre a noi stessi fa parte della cultura di noi italiani, a questo si aggiunge che il nostro è un mondo che non ha una visione futura, ma guarda solo all’immediato, e questo non ci porterà mai da nessuna parte. Le società si sono già pronunciate sul fatto che questo campionato vada finito, se qualcuno non vuole farlo, lo dica apertamente ed esca allo scoperto. Dobbiamo pensare alla serie A, a non affondare, per l’industria calcio se non si riparte è un dramma.

Il Sassuolo vuole terminare la stagione a tutti i costi, e ringrazio il governatore dell’Emilia Romagna Bonaccini, che ci ha dato la possibilità di ricominciare a lavorare prima degli altri, dimostrando il buonsenso che purtroppo ad altre componenti manca». Insomma, il ritorno in campo è tutt'altro che scontato: «In base alle ultime modifiche fatte sul protocollo, ho l'impressione che non ci sia una grande voglia di favorire la ripartenza. Dobbiamo metterci tutti in testa di dover convivere con questo maledetto virus e fare le cose nel miglior modo possibile, perché stare a casa a far niente significa morire. Oggi a decidere tutto sono medici e virologi, ma sarebbe stato importante ascoltare anche il parere dei dirigenti sportivi. La quarantena come è scritta oggi va tradotta così: il calcio italiano non deve ripartire. È la serie A che deve preparare i protocolli e determinare il sistema calcio, non la federazione e i ministri. E sia chiara una cosa: non ci diano un contentino se poi non vogliono farci ricominciare».

A tenere banco è anche la responsabilità di medici e società in caso di contagi: «Come si fa a stabilire se qualcuno si sia contagiato in un centro sportivo o a casa propria? Comunque chi vuole bene al calcio può senza problemi sciogliere i tre nodi più importanti, ovvero la quarantena, il ritiro e i medici. Per quanto riguarda il ritiro, sarà sufficiente solo un po’ di buonsenso per rivisitarlo. In merito alla quarantena invece, la lealtà sportiva dovrà venire prima di tutto, non possiamo pensare di essere sempre più furbi degli altri. Tutto dovrà essere organizzato al massimo della trasparenza, perché il rischio che qualcuno possa nascondere un positivo facendolo passare per infortunato, volendo che il campionato continui, e che qualcun altro invece lo faccia uscire, volendo che il campionato si fermi, c'è eccome».—


 

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