Bentancur: «Cara Juventus sono pronto a guidarti»
L’uruguaiano, regista del futuro, si racconta tra storia e ambizioni È il più in forma tra i bianconeri e Sarri gli consegnerà le chiavi del gioco
L’intervista
I test lo indicano come il bianconero più in forma, nei piani di Sarri è il nuovo regista: la Juventus che riparte sognando il triplete ha il volto di Rodrigo Bentancur, pulito, ma dallo sguardo guerriero, centrocampista universale che l’allenatore immagina presto tra i più forti al mondo.
Bentancur, quanto è stata importante la duttilità per la sua crescita?
«Ha moltiplicato occasioni, ritagliato spazi: mezzala destra, con più fatica sinistra, trequartista alle spalle delle punte. Nessun problema, cerco sempre di dare il massimo, però la mia posizione preferita è centrale davanti alla difesa».
Il classico 5 sudamericano.
«Già, ma non avevo riferimenti nel ruolo: in Uruguay il mio modello era Forlan, un attaccante. E per mestiere studiavo calciatori europei: Lampard, Gerrard e Busquets».
Al ritorno in campo, dopo mesi, ha stupito per l’ottima condizione. Il segreto?
«Ho lavorato con l’aiuto di mio zio Daniel, che è stato allenatore e che mi ha seguito in Italia: mio papà Roberto non poteva, ho due sorelle piccole, così è venuto lui che mi ha visto crescere. In 50 giorni ho fatto 70 allenamenti, dividendomi tra la mini-palestra che ho in casa e il terrazzo trasformato in campetto con un tappeto di erba sintetica».
Cos’altro del suo lockdown?
«Che mi sono divertito a fare le pulizie. E non ho sfiorato la cucina: ci ha pensato Melany, la mia fidanzata, è bravissima».
Lei è arrivato alla Juve tre anni fa, nell’ambito dell’operazione che condusse Carlos Tevez al Boca Juniors.
«Avevo saputo a dicembre, dal mio procuratore, che sarebbe stata esercitata l’opzione: 6 mesi dopo ero a Torino e sembrava incredibile, ho avuto la sensazione di entrare in una grande famiglia e ho respirato la mentalità vincente del club. Allegri mi ha dato fiducia».
Ora Sarri le consegna le chiavi del gioco: entrambi i tecnici sono convinti che potrà diventare uno dei migliori centrocampisti del mondo.
«Un orgoglio e una responsabilità, ma penso solo a lavorare: so di dover migliorare molto».
Ancora pochi giorni alla ripresa: come immagina il calcio dopo l’emergenza virus?
«Non sarà facile senza tifosi e il caldo si farà sentire, noi però c stiano allenando duramente e siamo pronti: la Juve vuole vincere sempre».
Si parte venerdì con il Milan.
«La Coppa Italia è il primo traguardo della stagione: ci teniamo moltissimo».
Poi le ultime dodici giornate di campionato: lo scudetto sarà un duello con la Lazio o l’Inter può inserirsi?
«Può inserirsi, dopo uno stop così lungo tutto è possibile: sarà favorito chi ritroverà primaforma fisica e motivazioni».
Se dovesse rifermarsi tutto?
«Le cose, per fortuna, vanno meglio e abbiamo voglia di ricominciare in piena sicurezza. Se dovessero imporsi nuove riflessioni vedremo: la salute viene prima di tutto».
Estate di fuoco: dopo il campionato, la Champions. É un’ossessione per il mondo bianconero?
«No, è un sogno e un obiettivo. Sappiamo che è difficile, ma la Juve ha tutto per vincerla e non sentiamo pressioni».
Lei è abituato a controllarle: a soli 17 anni ha debuttato in Copa Libertadores.
«L’emozione, fortissima, evaporò entrato in campo. Mentre mi scaldavo, rivedevo le mie partitelle a Nueva Helvecia: a volte, da bambino, mi intrufolavo nelle sfide tra studenti di una scuola agraria. Avevano anche dieci anni di più».
L’aiutava il fisico.
«Ero molto alto e tutti pensavano barassi sull’età. Chiedevano sempre il documento a Cecilia, la mia seconda mamma».
Mamma Mary volò via troppo presto, tradita da una malattia cattiva: la porta nel cuore, in un angelo tatuato e nel numero 30 che è il giorno del suo compleanno.
«Quando morì avevo 4 anni, ma mio padre, Cecilia, i miei nonni hanno saputo colmare quel vuoto enorme. Devo moltissimo alla mia famiglia».
La passione per il calcio è ereditata da papà?
«Era presidente del club Artesano ed era stato calciatore. Come mio nonno».
Primi passi nel club Lucerna, poi a 12 anni il Boca Juniors.
«La società di mio padre aveva organizzato un corso di formazione per allenatori: lo teneva Horacio Anselmi, mi vide e volle che andassi a Buenos Aires per un provino».
La accompagnarono, ma lui non c’era.
«Era in Giappone per un convegno, mi convinsero ad aspettarlo: fui aggregato a ragazzi più grandi di un anno, quando arrivò mi avevano già preso».
Anche il Penarol voleva tesserarla: perché la famiglia scelse un club argentino?
«Papà non voleva che, così piccolo, stessi in un convitto. A Montevideo non c’erano altre strade, a Buenos Aires viveva invece la famiglia di Cecilia».
La ricordano come un ragazzino bravo, ma distratto.
«Dimenticavo tutto: una volta il documento, un’altra gli scarpini. Volevo solo giocare».
Altro ricordo: bravo, ma poco incline al gol.
«Prima di una partita, per motivarmi, l’allenatore mi promise un premio: segnai 4 reti, ma non presi i soldi, gli chiesi di offrire l’asado alla squadra».
Ha bruciato le tappe anche in Nazionale.
«Avevo 20 anni quando Tabarez mi chiamò. Altra vertigine. Pure nell’Uruguay ho girato tutti i ruoli del centrocampo».
Con la Celeste ha incontrato per la prima volta Ronaldo.
«Sì, al Mondiale in Russia. L’ho salutato e lui mi ha detto “Ciao Rodrigo”: non so come potesse conoscere il mio nome. Poche settimane dopo, eravamo compagni nella Juve: è un fuoriclasse e un esempio, ha una voglia di vincere incredibile». —
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