Ettore Guidetti, la Svezia scritta nel destino «Guiderò la Nazionale A e il Club Under 19»
«Sarà una stagione straordinariamente intensa, caccia agli Europei Seniores sperando di far crescere tanti giovani talenti»
Da Modena alla Svezia in un progetto che lo vedrà vera e propria guida di tutto il movimento pallavolistico nazionale. Ettore Guidetti, 36 anni, figlio, nipote e cugino d’arte pallavolistica, è pronto ad emigrare a tempo pieno in direzione Nord Europa dopo i positivi riscontri alla guida della nazionale maggiore, assumendo anche la direzione tecnica del movimento giovanile ed in particolar modo del Riksidrottsgymnasium, abbreviato in Rig e tradotto in Liceo dello Sport svedese.
Ancora una volta si conferma così la grande tradizione pallavolistica della famiglia Guidetti che rimane sempre al centro dell’attenzione non solo a livello italiano, ma anche internazionale. Dopo mesi di lockdown e di duro lavoro in campagna, nella tenuta di famiglia, è tempo di ripartire con un programma di lavoro ampio che vedrà il gruppo Under 19 del Rig competere nella massima serie svedese, mentre a gennaio ripartirà anche la rappresentativa maggiore con le qualificazioni al prossimo Europeo che, visto l’allargamento del numero di partecipanti, è diventato un obiettivo davvero concreto.
Ettore, pochi giorni e si torna al lavoro in un’avventura che si preannuncia davvero impegnativa.
«Esattamente, in questi giorni partirò per la Svezia poi il 10 agosto è in programma la prima riunione con tutto lo staff e dal 17 prenderà il via il primo semestre del Rig. Nelle vacanze di Natale, poi, radunerò la Nazionale A per preparare le qualificazioni agli Europei che dovevano svolgersi in questa estate, ma sono state rimandate a gennaio».
Un impegno a tutto tondo con la Svezia, ti aspettavi questa proposta?
«Il rinnovo con la prima squadra mi sembrava scontato visto lo spostamento delle qualificazioni ed il buon lavoro fatto lo scorso anno, con le ragazze che sono rimaste soddisfatte. Per il resto ho accettato una proposta che avevo già ricevuto anche lo scorso anno, ovvero quella di gestire tutto il settore giovanile nazionale. Non lo feci allora perché prima volevo assaggiare la situazione, volevo capire come mi sarei trovato lavorando con la federazione svedese, mentre loro mi conoscevano per avermi visto allenare più volte».
Com’è strutturato il Rig e quale sarà il tuo compito?
«Si tratta di un Liceo dello Sport strutturato come uno Junior College in stile americano, con ragazzi e ragazze dai 16 ai 19 anni. Io diventerò istruttore delle ragazze più grandi, la formazione Under 19 che poi è anche la nazionale. Inoltre assumerò la direzione tecnica e dovrò dare tutti gli input sul tipo di lavoro da portare avanti. Ho notato tanta voglia di avere un’organicità nella gestione del movimento e avere qualcuno che possa dare un indirizzo è sempre un cambio di passo. In questo senso mi ispiro a Velasco che è stato il primo a farlo con l’Italia e senza volermi paragonare a lui proverò a dare il meglio di me stesso».
Riparti in un paese dove il Covid-19 non ha portato nessun lockdown e dove lo sport non si è mai fermato.
«Sì, di fatto in Svezia è tutto normale. C’è solamente qualche regola legata agli spostamenti soprattutto sulla capitale Stoccolma, ma nel resto del paese non ci sono stati grandi casi di Coronavirus anche perché già vivono normalmente il distanziamento sociale vista la scarsa popolazione in rapporto al territorio. Ho già avuto modo di toccare con mano la rarefazione delle abitazioni e della popolazione in alcune zone che, in proporzione, sono maggiormente abitate da animali che da uomini».
Con te ci sarà qualche italiano nello staff?
«Per il momento no, abbiamo uno staff abbastanza consolidato e sto cercando solamente qualcuno che si divida nel doppio ruolo di sparring partner in allenamento e di scoutman. La Federazione mi ha chiesto di valutare in primis figure svedesi, anche per provare a formare nuovi tecnici».
Si apre un altro capitolo della tua carriera in panchina, ma credi che il tuo cognome sia stato più un peso o un vantaggio fino ad ora?
«Quando avevo 13 anni e mezzo ho visto schiacciare Quiroga e lì ho deciso che avrei voluto diventare un giocatore di pallavolo. Purtroppo l’altezza non mi ha aiutato ed ho sfruttato l’esperienza in famiglia per rimanere nell’ambiente. Sia io che Giovanni abbiamo provato anche strade alternative, lui da giornalista e io con la laurea in Giurisprudenza, ma come dicono mio padre e mio zio evidentemente nel nostro destino e nel nostro dna c’è la pallavolo. Aver avuto tempo in questi mesi di ritrovarci tutti e quattro a casa è stato una gioia anche perché parlando di pallavolo non siamo mai d’accordo ed il confronto continuo è la madre delle emozioni per tutti gli allenatori. Per quanto mi riguarda posso dire che sono felice di quello che sono riuscito a fare nlla mia carriera».
Guardando al futuro ti vedi su panchine di club o ancora nazionali?
«Lavorare in nazionale è molto bello perché ci sono giocatrici di alto livello e motivazioni immense oltre ad un bell’ambiente. In generale, però, mi piace questo tipo di esperienze in cui si lavora anche con le giovani. È quello che ho fatto anche in Polonia al Legionowo, con atlete di prospettiva poi esplose come Smarzek, ed anche a Talmassons». —
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