Tacchetti di clausura tra fughe e monasteri: il ritorno dei ritiri
TORINO, BOLOGNA, FIORENTINA E NAPOLI HANNO ORDINATO IL “TUTTI DENTRO”
Giorgio Billeri
Costantino Rozzi e Romeo Anconetani non ci pensavano due volte. Avevano una sorta di silenzioso accordo con due monasteri, non lontano da Ascoli e Pisa. E quando la squadra non girava, quando le sconfitte si aggiungevano alle sconfitte, partiva il diktat dell’uomo solo al comando: tutti in cella, pardon in clausura. Erano gli anni Ottanta, era aurea del calcio italiano, dove i club, specie quelli di provincia, erano una dittatura: quello che il plenipotenziario desiderava, si faceva.
Il mito del ritiro punitivo è nato proprio in quegli anni, e il suo ritorno prepotente, oggi, è quantomeno sorprendente. Oggi controllare un ragazzo di 20-30 anni è come svuotare il mare con un cucchiaio: gli smartphone sono una finestra sul mondo, pubblico e privato, che non si chiude mai. Eppure, in tre mesi di campionato già quattro presidenti hanno chiuso la squadra a tripla mandata: Urbano Cairo con il Toro, Joey Saputo con il Bologna, Rocco Commisso con la Fiorentina e per ultimo Aurelio De Laurentiis, con la sponda di Gattuso, con il Napoli. Insomma, tutti insieme per cercare di sfuggire alle tentazioni e ricompattarsi. Poche volte funziona, tante altre no, ma almeno la coscienza dei dirigenti è a posto. Niente rapporti con le famiglie, specialmente con le mogli, isolamento dai tifosi, dai procyratori. Cellulari più spenti possibile, allenamenti, playstation e bresaola: immaginate l’entusiasmo di un ragazzo ricco, mediamente viziato, abituato al meglio.
Ma il calcio ha i suoi rituali, e il ritiro forzato è uno di questi. Ma spesso, tra le maglie dei controlli, qualche pesce, piccolo o grosso passa. L’aneddotica delle fughe è sterminata: evasioni rocqambolesche in piena notte, rientri all’alba, multe, rimproveri pubblici o privati. A Firenze ricordano sempre quell’estate del 1992, ritiro di Andalo. Pochi giorni prima era arrivato, tra squilli di fanfara dal Bayern, un centrocampista chiamato Stefan Effenberg. Dotato dalla natura di un gran motore ma anche di un carattere da viveur. Una sera corruppe, letteralmente (la somma non è mai stata rivelata) il padrone dell’albergo a scortarlo verso la discoteca più vicina. Se ne tornò all’alba, in condizioni...rivedibili. Bobo Vieri non poteva mancare in questa galleria della trasgressione pallonara. A scoprire l’altarino fu l’allora compagno di stanza, Gigi Di Biagio. «Bobo ogni sabato sera voleva andarsene perchè, diceva, soffriva il caldo. Una volta invece avevo caldo io e Bobo mi ha detto andiamo a dormire a casa nostra, Siamousciti in pigiama».
Nella galleria entra nientemeno che l’attuale commissario tecnico della nazionale, Roberto Mancini. Che la sua marachella l’ha messa a segno proprio con gli azzurri, una ragazzata che gli è costata il rapporto con Enzo Bearzot. Il ritiro era quello di New York, e l’allora fantasista della Sampdoria scappò dall’opprimente ritiro per farsi un giro tra i grattacieli di Manhattan. Cartellino rosso immediato. «Mancini se n'era fregato non tanto di me come persona quanto della responsabilità che portavo» avrà modo di raccontare Bearzot nel suo testamento letterario "Il romanzo del Vecio". —
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