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Senza Kobe il basket è più povero La moglie: «Celebrate la sua vita»

Senza Kobe il basket è più povero La moglie: «Celebrate la sua vita»

L’appello di Vanessa accolto: nessun evento speciale, programmi o gesti eclatanti E a Los Angeles c’è chi corre con i suoi numeri dei Lakers 

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Un gruppo di corridori si ritrova ogni lunedì a Los Angeles per percorrere una distanza di 8,24 miglia, i due numeri di maglia indossati da Kobe Bryant nei Lakers. La loro corsa passa attraverso strade che ospitano oltre 20 murales dedicati alla leggenda del basket americano, morto il 26 gennaio 2020 in un incidente in elicottero tra le colline di Calabasas, in California, con la figlia Gianna e altre sette persone. Uno dei membri di questo gruppo ha raccontato a Usa Today come, un giorno di gennaio, si sia dovuto fermare. Sul muro di un palazzo di quattro piani era infatti proiettato un video con i momenti salienti della carriera di Kobe. Una volta terminato il video ha ripreso a correre. Questo è uno dei tanti riti che i fan hanno inventato per elaborare un lutto che non si è ancora spento, dodici mesi dopo la tragedia. Sul sito kobemural, ad esempio, sono state raccolte oltre 400 opere d’arte, in tutto il mondo, dedicate a Kobe e a sua figlia e che dimostrano come l’ex stella Nba abbia continuato ad essere fonte d’ispirazione anche dopo la sua scomparsa. Nessun evento speciale, nessun programma dedicato, nessun gesto eclatante. La linea è quella tracciata dalla moglie di Kobe, Vanessa, che su Instagram ha chiesto ai media di «celebrare la vita e non il giorno in cui questa è stata perduta» allargando il dolore a tutti coloro che hanno subito la perdita di un familiare o di una persona cara. Vanessa ha anche chiesto di evitare di riproporre le foto e i video dello schianto dell’elicottero o dell’incidente e di usare la montagna di materiale su Kobe e le sue imprese pubblicata «prima di quel 26 gennaio 2020». Sono passati poco più di 15 anni dal 22 gennaio 2006, data degli 81 punti segnati allo Staples Center contro i Toronto Raptors. Seconda prestazione di tutti i tempi dopo gli inarrivabili 100 segnati da Wilt Chamberlain il 2 marzo del 1962. L’asso dei Lakers distolse l’attenzione di un Paese intero verso l’imminente SuperBowl ricordando che lo show, quello vero, stava andando in scena in un altro teatro. Ne sono passati 25 di anni dalla sua prima grande impresa, ai tempi dell’High School, quando porto Lower Merior, scuola di Philadelphia, alla storica vittoria del campionato statale della Pennsylvania. Era il 1996 e a brillare in quegli anni era la luce di Micheal Jordan, suo punto di riferimento. Sono passati più di 30 anni dal suo arrivo in Italia, nei primi anni ’80, a seguito di mamma Pamela e papa Joe, ingaggiato da Rieti prima, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia, poi. Nel nostro Paese il piccolo Kobe ha dato spettacolo nei campionati giovanili esibendosi, con il suo pallone, tra un tempo e l’altro della nostra Serie A dove giocava il padre. Quindici minuti che lui sperava durassero all’infinito per tirare ancora nonostante i richiami dei custodi, scopa in mano, esasperati dalla sua voglia di far canestro. —

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