Gazzetta di Modena

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caso del 2014. scommesse e camorra 

Izzo: «Aria di combine, per Modena-Avellino simulai un infortunio»

M.C.

L’ex difensore degli irpini lo ha raccontato nel processo in corso a Napoli. Club canarino estraneo alla vicenda 

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«Ho simulato un infortunio per non essere coinvolto in una combine». Hanno fatto rumore le parole pronunciate in Tribunale a Napoli da Armando Izzo, difensore attualmente in forza al Torino. E la forte eco mediatica suscitata a livello nazionale è rimbalzata fino a Modena, dove forse ha provocato le reazioni meno stupite. Quelle parole, infatti, riportano a una vecchia vicenda di calcioscommesse legata alla sfida di serie B del 17 marzo 2014 tra i canarini e l’Avellino. Izzo, all’epoca giocatore degli irpini, quel giorno non scese in campo. E la versione dei fatti esposta al pm Maurizio De Marco, nell’ambito del processo su scommesse sportive e camorra, ne spiega le ragioni, già giudicate nelle aule dei tribunali della giustizia sportiva. Sin dal 24 maggio 2016, giorno in cui la Procura di Napoli notificò gli esiti dell’inchiesta portata a termine dalla Direzione distrettuale antimafia, i tifosi del Modena poterono tirare ben presto un sospiro di sollievo dopo aver sentito un brivido gelido lungo la schiena: in quella combine, infatti, di “combinato” da parte di giocatori e dirigenti in maglia gialloblù non c’era nulla. Leggendo gli atti, si capì che il mirino era puntato sull’Avellino e, in particolare, su alcuni suoi giocatori. Tra questi Armando Izzo, nipote di uno dei fondatori del clan Vanella Grassi. Tutto era nato dalle ammissioni di Antonio Accurso, che di quel clan attivo tra Secondigliano e Scampia era uno dei boss di spicco e che, tramite la conoscenza di Izzo, intendeva allargare i rami dell’attività camorristica: l’accordo per il match giocato al “Braglia” - raccontò - era che l’Avellino subisse almeno un gol, circostanza che non necessitava alcun coinvolgimento di giocatori del Modena. Non a caso nell’indagine finirono tre giocatori irpini, Izzo, Peccarisi e Millesi, con l’accusa di aver ricevuto come ricompensa 30mila dei 60mila euro vinti dal clan scommettendo 400mila euro sul “gol casa”. Un’altra gara combinata con modalità simili, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, era stata quella dello stesso campionato tra Avellino e Reggina. Nel 2017 la giustizia sportiva assolse Peccarisi, condannando Izzo a 18 mesi per omessa denuncia (poi ridotti a 6) e Millesi a 5 anni per frode sportiva (ridotti a 3). Nel processo penale Millesi scelse il rito abbreviato (un anno di condanna per frode sportiva), così come Luca Pini, colui che fece da tramite tra boss e calciatori (3 anni e sei mesi anche per concorso esterno in associazione mafiosa). Quattro mesi di condanna, invece, per Antonio Accurso, grazie all’attenuante della collaborazione. Izzo invece scelse il rito ordinario e fu rinviato a giudizio. Il processo a suo carico è iniziato nel marzo 2018. E davanti al pm De Marco, a distanza di 7 anni dai fatti, è tornato anche sul motivo per cui non giocò quel Modena-Avellino del 2014: «Ero a Secondigliano, a casa della mamma – riporta il quotidiano “Il Mattino” – quando ricevo una chiamata da Luca Pini, un collega calciatore che faceva anche il gioielliere, che doveva consegnarmi delle collane per moglie e figli. Con lui c’era Salvatore Russo, detto Geremia. Mi portano in un ristorante dove trovo Millesi con i fratelli Accurso ma anche altre due persone che non ricordo bene. Loro mi dissero di accordarmi, ma a me quel raduno “puzzava”, vidi un’aria strana al punto tale che dopo una trentina di minuti presi un taxi e andai via. Mi limitai a dire devo stare tranquillo. Non sentii cose particolari, ma intuii che si trattava di qualcosa di strano, perché vedevo Millesi e gli Accurso». —



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