Gazzetta di Modena

Sport

Ieri a Carpi 

Franco Baresi, nato per essere “libero”

P.V.

Bandiera del Milan e dell’Italia, Kaiser Franz ha presentato il suo libro autobiografico in un cinema Domus gremito 

3 MINUTI DI LETTURA





«Forse qualcosa cambia tra i campetti improvvisati di campagna e i migliori stadi del mondo, ma io sono sempre rimasto lo stesso. Io sono Franco Baresi. E sono nato così: libero». E si è mantenuto libero, lui che è stato tra i più grandi interprete al mondo, forse il più grande, di un ruolo che, proprio nel momento della sua esplosione, era al centro di una svolta epocale. Perchè dopo i Mondiali del 1974 in Germania, l’effetto Olanda, nato sui trionfi dell’Ajax di Crujiif, invase il calcio a livello planetario. Si passò dalla marcatura a uomo a quella a zona, il riferimento per i difensori non era più l’avversario fisico, ma il pallone e tutta la squadra doveva muoversi in tal senso. Nascono le diagonali, il termine “scalare” non è più un’esclusiva degli alpinisti, ma irrompe anche nel mondo del pallone. Franco Baresi a 19 anni, siamo nel 1979, ha già capito tutto e diventa Kaiser Franz per la sua efficacia nell’irridere gli attaccanti e quell’eleganza nell’uscire palla al piede che era appartenuta prima di lui a Franz Beckembauer, la stella del Bayern e del calcio tedesco.

Franco Baresi, che ieri si è raccontato al cinema Domus di Carpi, nel corso della presentazione del suo libro autobiografico “Libero di sognare” edito da Feltrinelli, è l’immagine del Milan stellare della “Golden Age”. Venti stagioni in maglia rossonera, fedele al Diavolo per due volte anche in serie B, per poi diventare vessillo e capitano dei trionfi del Milan di Berlusconi. Uno scudetto e due Coppe Campioni con Arrigo Sacchi, quattro scudetti e una Coppa Campioni con Fabio Capello in panchina. Una bandiera, un campione di bravura, fedeltà e serietà che quando ha appeso le scarpette al chiodo, il Milan, primo caso nel calcio italiano, lo ha onorato ritirando per sempre la sua maglia numero 6.

“Libero di sognare” è la storia di un ragazzino che parte dalle campagne di Travagliato all’inseguimento di un sogno che realizzerà in pieno con l’unico rimpianto di non aver vinto un Pallone d’Oro, che avrebbe strameritato, e un Mondiale. Lo ha sfiorato nel 1994 perdendo negli Usa la finale contro il Brasile ai rigori: uno degli errori dal dischetto dell’Italia fu suo, ma in quella partita fece infuriare Romario che urlò ai suoi compagni “quello non ce la fa vedere”. Franco Baresi ha guardato anche al Milan attuale di cui è vicepreesidente onorario. Su Ibra: «Un fenomeno, sa trovare stimoli anche a 40 anni». Sull’addio di Donnarumma: «È cresciuto in rossonero, era già capitano del Milan e aveva appena vinto un Europeo: per 15 anni sarebbe stato un simbolo di un club che ha ritrovato la Champions e che quest’anno potrebbe vincere qualcosa in Italia. Non l’ho capito».



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google