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Visto annullato Novak espulso dall’Australia

Paolo Carletti
Visto annullato Novak espulso dall’Australia

Esito scontato del lungo scontro con il governo locale Il verdetto della Corte federale, il tennista è partito subito

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Paolo Carletti

La sentenza della Corte federale australiana è arrivata all’alba italiana, ma per Novak Djokovic è stata notte fonda. Espulsione dal Paese e “no” alla partecipazione all’Open più amato dal numero uno al mondo del tennis. Una decisione destinata a fare storia (almeno nel mondo dello sport, ma non solo) che divide tra favorevoli e contrari, persino tra i big che parteciperanno al torneo: molti di loro lo avrebbero voluto in campo, e qualcuno si interroga sul motivo della partenza di Djokovic per l’Australia dopo aver ricevuto l’assenso da parte delle autorità locali, rapidi in un dietrofront traumatico per il giocatore, rinchiuso nell’hotel dei rifugiati, dove (non si conosce il numero esatto) il governo di Canberra tiene reclusi da anni immigrati non in regola con il visto, e di cui si narra l’orribile condizione delle stanze e del cibo tra insetti e sporcizia.

Forse, per come era nata la vicenda trascinatasi per undici giorni, il trattamento poteva essere diverso, non perché Djokovic è il numero uno del tennis, ma per il “vizio” iniziale del comportamento dell’Australia che aveva approvato con gioia il suo arrivo.

In ogni caso Djokovic ha perso il ricorso di fronte alla Corte (composta da tre giudici), dopo che in due occasioni il ministro dell’immigrazione Hawke aveva annullato il suo visto smentendo una prima sentenza del giudice Kelly di Victoria. Per incassare poi la reazione dei legali del tennista che con due ricorsi erano giunti a una sorta di “tie-break” più politico che sportivo. Dopo aver ascoltato la sentenza, Novak ha rinunciato all’ultimo ricorso, quello alla Corte Suprema, considerando che la storia si era ormai trascinata per troppo tempo e che oggi l’Open aprirà i suoi campi. Quindi si è imbarcato sul primo volo per Dubai, abbandonando il famigerato Park Hotel, per poi fare ritorno a casa, in una Serbia in fiamme per “l’oltraggio” all’idolo del popolo balcanico.

Una brutta vicenda per lo sport, per Djokovic, ma anche per l’Australia. “Nole” non è vaccinato contro il Covid, ma ha prodotto una esenzione per avvenuta malattia lo scorso 16 dicembre. In seguito, nei vari passaggi del “processo” aveva anche ammesso degli errori sulla documentazione inerente i suoi spostamenti nelle due settimane che hanno preceduto lo sbarco a Melbourne, compresa un’intervista a “L’Equipe” del 18 dicembre. Errori (o bugie come qualcuno sostiene) che avrebbero pesato sul verdetto finale. Poco convincente è però apparsa la motivazione-madre del ministro Hawke e del premier Morrison sul provvedimento di espulsione, e cioè che la partecipazione di Djokovic agli Open avrebbe di fatto incoraggiato i no-Vax e stimolato i loro sentimenti: «Tanto basta – ha spiegato in udienza il legale del Governo – per decidere di revocargli il visto nei termini di legge». Insomma, rimane in sospeso la questione principale: Djokovic era stato esentato realmente dalla vaccinazione dopo aver contratto il Covid, oppure no? Perché se fosse vera la seconda ipotesi, ci sarebbero gli estremi del tentativo di una truffa, che il governo australiano non avrebbe esitato a mettere sul tavolo. I legali del Governo hanno invece argomentato altro. Hanno ripetuto come un mantra: «Djokovic non si è vaccinato per scelta (facendo riferimento a una vecchia intervista rilasciata da “Nole” ndr), questi fatti sono di dominio pubblico, e il ministro ritiene che la sua presenza in Australia possa incoraggiare le persone a emulare la sua apparente noncuranza verso i protocolli di sicurezza. Il ministro Hawke non deve dimostrare che Djokovic effettivamente stimolerà i sentimenti no-vax, ma solo che potrebbe farlo. Tanto basta per decidere di revocargli il visto nei termini di legge».

Djokovic , pur potendo, non è intervenuto durante il processo, per poi dichiarare: «Sono estremamente deluso dalla decisione della Corte di respingere il ricorso contro la decisione del ministro di revocare il mio visto, per cui non potrò rimanere in Australia e giocare gli Open. Rispetto la sentenza della Corte e collaborerò con le autorità per il mio rimpatrio. Mi spiace che tutta l’attenzione – ha aggiunto – sia stata su di me nelle ultime settimane, spero che adesso tutti possiamo concentrarci sul gioco. Vorrei augurare il meglio ai giocatori, agli ufficiali, allo staff, ai volontari e ai tifosi. Voglio ringraziare la mia famiglia, gli amici, il team, i miei sostenitori e i miei connazionali per il continuo supporto. Mi avete dato grande forza». Parole al miele pronunciate in Australia. Al ritorno a Belgrado l’atteggiamento probabilmente non sarà lo stesso. Da oggi si gioca, con l’ombra del numero 1 sui campi australiani.

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