Piacere, Taismary Agüero: «Pallavolo, viaggi e vita. Ma l’emozione più grande è stata diventare mamma»
La campionessa olimpica di volley a tu per tu con gli studenti. «Durante gli Europei in Lussemburgo del 2007 mi sono sentita italiana per la prima volta: ricordo quando riuscimmo a vincere l’oro»
MODENA. La carriera di Taismary Agüero si può descrivere in tre parole: impegno, determinazione e sacrificio. Non è infatti comune incontrare un’atleta che, per inseguire il proprio sogno, ha lasciato il proprio Paese d’origine, Cuba, trovando una nuova casa in Italia. Con le rispettive squadre nazionali, Agüero ha conquistato successi straordinari, collezionando titoli europei, mondiali e olimpici, affermando di essere una delle figure sportive più importanti del nostro Paese.
Qual è stato il momento più significativo della sua carriera?
«Sicuramente l’apice più importante della mia vita è essere madre, ma l’esperienza più bella in campo è stato quando a Sydney, nel 2000, ho vinto le Olimpiadi con la nazionale cubana ed è stata un’esperienza bellissima, perchè credo che al mondo le olimpiadi siano la competizione più importante, ero anche giovane e mi sono divertita molto».
Com’è stato il passaggio dal rappresentare la nazionale cubana all’indossare la maglia della Nazionale Italiana?
«Il passaporto cubano apparteneva alla federazione, quindi mi permetteva di uscire solo per le competizioni. Ogni anno a Montreux, Svizzera, si faceva ogni anno un torneo, nel ‘98-’99 ho giocato in Italia e ho conosciuto una mia amica, con la quale mi sono messa d’accordo per telefono, le ho detto che mi sarebbe piaciuto rimanere in Italia, quindi insieme ad un’allenatrice sono venute a Montreux e mi hanno portata in Italia, passando per la Francia, evitando la frontiera più grande. Ero impaurita perché avevo vinto il titolo di migliore giocatrice del torneo ed avevo paura che qualcuno si accorgesse della mia mancanza».
Quali sono state una vittoria ed una sconfitta che la hanno segnata?
«Massimo Barbolini, allenatore della nazionale italiana, mi ha chiamata in nazionale, all’inizio ero titubante, perché l’idea di giocare contro il mio Paese natale mi metteva in crisi. Poi ho capito che l’allenatore mi ha dato una possibilità. Allora sono andata ai Mondiali in Giappone, dove ho giocato contro la mia vecchia squadra e ho dimostrato di avere un livello mentale superiore, perché sono stata fredda e ho giocato nel miglior modo possibile. La mia prima vittoria con l’Italia è stato l’oro agli Europei a Lussemburgo e Belgio nel 2007, dove mi sono sentita italiana per la prima volta. Ci sono tante sconfitte che insegnano molto, mi ricordo le sconfitte alla fine dei campionati, in cui magari ti rendi conto che l'anno dopo tutte le squadre magari cambiano, quindi era l’occasione giusta per vincere e si perde. La sconfitta più dura è stata alle Olimpiadi a Pechino, perché in quel periodo mia madre stava male, poi è deceduta, quindi è stato un colpo particolarmente doloroso, io ho sofferto molto, ma anche la squadra ha visto questa mia sofferenza. Però la vita va avanti, abbiamo perso, ma ci siamo comunque divertite. Stare in una squadra ti insegna a socializzare, a comunicare, ad aprirsi perché ci sono delle cose che si devono risolvere insieme alla squadra, non si possono risolvere da soli».
Dalla sua esperienza si impara di più dalle vittorie o dalle sconfitte?
«Le vittorie sono belle perché ti gratificano, ti riempiono di gloria ed orgoglio, ma le sconfitte servono perché fanno crescere. Si impara anche che non sempre si può vincere, però dalle sconfitte si ha la possibilità di migliorare tutti i giorni, anche alla fine della mia carriera mi piaceva imparare dalle più giovani, perché voleva essere giovani come loro, quindi mi impegnavo al massimo».
Allenare le dà la stessa soddisfazione di giocare?
«Non è detto che io che se io sono stata una buona giocatrice possa anche allenare bene. Io vorrei solo insegnare quello che io ho imparato e la tecnica giusta che hanno insegnato a me».
C’è stato un momento in cui ha capito che la pallavolo sarebbe diventata la sua vita?
«Già quando ero una giovane giocatrice, avevo la capacità di apprendere velocemente ed ero un passo avanti rispetto alle altre. Non avevo scelto la pallavolo, hanno scelto loro (gli allenatori) per me. Sono contenta e fiera perché ci ho messo l’impegno. L’allenatrice mi ha portata ai primi incontri con l’allenatore della squadra cubana. All’inizio la nazionale cubana non mi voleva perché ero bassa, però poi con l’insistere dell’allenatrice hanno accettato e sono entrata nella nazionale cubana».
Che consigli darebbe ai giovani che aspirano ad avere una carriera come la sua?
«Io vorrei tornare bambina, perché rifarei tutto come prima, ma sicuramente mi impegnerei maggiormente, guardando le ragazze più giovani, mi accorgo di aspetti che potrei ancora migliorare. Come consiglio direi di impegnarsi, perché tutto è guadagnato nel mondo sportivo, bisogna anche imparare a staccarsi dai genitori, essere più forte caratterialmente e crescere di testa».
* studentessa del Liceo Muratori-San Carlo, Classe 5AL
